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Il ciclo di Cesare Nebbia nuovamente visibile al "lume di candela"

Categoria: Progetti

Categoria: Progetti

Anno: 2026

L’articolo di Stefano Paolo Giussani racconta il progetto sviluppato da Haltadefinizione e Memooria, in collaborazione con l’Università di Roma Tor Vergata, dedicato alla ricostruzione immersiva della Prima Sala Tiburtina di Villa d’Este attraverso un visore 3D e la luce originale del Rinascimento.

A oltre quattro secoli e mezzo dalla sua esecuzione, il ciclo di Cesare Nebbia torna a essere visibile al lume di candela per il quale fu concepito grazie al visore 3D sviluppato da Haltadefinizione e Memooria in collaborazione con l’Università di Roma Tor Vergata.

Di un’opera d’arte ci giunge ciò che il tempo ha lasciato passare: la materia, le forme, l’ordine compositivo. Quasi sempre però ci sfugge il dato che più radicalmente ne determinava la lettura: le condizioni di sguardo. Visitiamo gli ambienti rinascimentali sotto luci progettate per la nostra epoca, contempliamo affreschi pensati per il chiarore selettivo di torce e candele, e diamo per acquisita una visione simultanea e uniforme che a chi li commissionò sarebbe risultata estranea. Tra ciò che vediamo e ciò che videro i contemporanei dell’opera resta un divario che la museografia ha imparato a riconoscere, ma che è strutturalmente arduo da colmare.

Come agli occhi del Cardinale d’Este

La tecnologia digitale comincia a offrire strumenti per attraversarlo. È quanto accade con il visore 3D dedicato alla Prima Sala Tiburtina di Villa d’Este a Tivoli, sviluppato da Haltadefinizione e Memooria — le due tech company del Gruppo Panini Cultura — in collaborazione con l’Università degli Studi di Roma Tor Vergata. Il progetto si inserisce nel partenariato CHANGES – Cultural Heritage Active Innovation for Sustainable Society, con il sostegno di CdE-DTC Lazio e la direzione scientifica del professor Carmelo Occhipinti.

Quando, nel 1569, Cesare Nebbia e la sua équipe portavano a termine il ciclo decorativo della Sala, lo facevano per un cardinale-mecenate destinato a vederne gli affreschi a lume di candela. L’illuminazione elettrica sarebbe arrivata oltre tre secoli più tardi. Gli ambienti di Villa d’Este, in particolare gli appartamenti privati e di rappresentanza del cardinale Ippolito II d’Este, vivevano in una penombra selettiva, attraversata da torce, candelabri e dalla luce filtrata delle aperture. Sotto quella luce mobile e instabile, le scene mitologiche dedicate alla fondazione di Tivoli si misuravano con tessuti preziosi, marmi illusionistici, stucchi e gemme, in un’esperienza visiva stratificata, profondamente diversa da quella delle musealizzazioni contemporanee.

Su questo divario percettivo il progetto interviene direttamente. «Haltadefinizione, dietro mia richiesta, ha realizzato un progetto diversissimo da quelli finora realizzati», spiega Carmelo Occhipinti, titolare della cattedra di Storia della critica d’arte e Museologia e storia del collezionismo a Tor Vergata. «Ha cioè creato il buio all’interno di una delle sale affrescate del palazzo di Tivoli, per consentire al fruitore di avvicinarsi usando la luce di una candela, di una fiammella tremolante che dà pure quella emozione della scoperta come fossimo dentro le sale della Domus Aurea, così da consentire la scoperta di scene che illustrano i miti della fondazione di Tivoli, più antichi della fondazione di Roma».

Un esercizio di potere territoriale

Inaugurata nel 1572 e iscritta nel patrimonio UNESCO dal 2001, Villa d’Este nasce da una precisa strategia politica. Quando papa Giulio III dona al cardinale Ippolito II d’Este vasti possedimenti nell’area tiburtina, il prelato sceglie di trasferirsi sul posto per esercitarne il controllo diretto. La preesistenza è il convento benedettino di Santa Maria Maggiore, che Pirro Ligorio — pittore, architetto, antiquario — riconverte in residenza di rappresentanza, articolando l’edificio attorno al chiostro trasformato in portico. Gli ambienti si succedono in sequenza: appartamenti del cardinale, sale di rappresentanza, stanze degli ospiti. La facciata principale guarda al giardino, vero protagonista del progetto, ideato dallo stesso Ligorio e realizzato da Alberto Galvani.

Dopo il fasto cinquecentesco, il Settecento porta una stagione di abbandono legata al passaggio agli Asburgo. La rinascita arriva a metà Ottocento, sotto l’impulso del cardinale Gustav von Hohenlohe: tra gli ospiti che la villa torna a frequentare figura Franz Liszt, che vi compone i celebri Giochi d’acqua. Allo scoppio della Prima guerra mondiale la proprietà passa allo Stato italiano e viene aperta al pubblico; l’ultimo intervento radicale segue il bombardamento del 1944.

La Prima Sala Tiburtina

Nell’appartamento nobile, la Prima Sala Tiburtina occupa un posto particolare nella costruzione simbolica del potere estense. Il ciclo decorativo, eseguito entro il 1569 dall’équipe diretta da Cesare Nebbia, è dedicato ai miti fondativi di Tivoli: lo sbarco nel Lazio dei fratelli Tiburto, Catillo e Coriace, lo scontro di Ercole con Albio e Bergio, la decima fatica dell’eroe, il mito di Vulcano. Le scene si dispongono in modo continuo sulle pareti e sulla volta, costruendo una narrazione che coinvolge l’intero apparato architettonico.
Ercole, in particolare, agisce da figura-cerniera, protettore mitico della città e, attraverso la genealogia rivendicata dalla famiglia, garante simbolico del potere estense. Il riesame delle fonti — in particolare gli scritti di Pirro Ligorio e di Marco Antonio Nicodemi — ha consentito di precisare la dimensione iconografica del programma e di restituire l’intenzione originaria di una sequenza pensata per essere letta in penombra, dove la luce diventa chiave attiva di interpretazione.

Il buio digitale e le tre modalità

Alla base del visore c’è una scansione laser terrestre ad alta precisione realizzata da Haltadefinizione, integrata in un ambiente interattivo dove la luce funziona da elemento attivo. L’utente può esplorare lo spazio in due modalità — orbitale, per l’osservazione d’insieme del modello dall’esterno, ed esplorativa, per il movimento libero all’interno della sala — e modificare le condizioni di illuminazione attraverso tre regimi distinti.
La modalità torch simula una luce calda e instabile, simile a quella di un candelabro. La modalità candle riduce il campo visivo e ricostruisce una percezione progressiva dello spazio, in cui le superfici si rivelano per gradi al movimento dell’osservatore. La modalità flashlight, infine, consente un’analisi puntuale tramite una luce direzionale, utile alla lettura ravvicinata dei dettagli.

Le tre configurazioni dimostrano quanto la luce sia tutt’altro che un elemento accessorio ma diventi fattore determinante della leggibilità degli affreschi, della selettività visiva, del rapporto stesso tra architettura, decorazione e racconto. Sotto luce direzionale moderna gli affreschi si appiattiscono, i colori si alterano, l’intera scenografia perde la propria gerarchia. Alla luce di una candela digitale, invece, la successione voluta dai pittori cinquecenteschi riaffiora dandoci l’idea di un effetto speciale che era semplicemente quello pensato per deliziare il cardinale e i suoi ospiti.

Dalla visualizzazione all’interpretazione

Il visore della Prima Sala Tiburtina segna un passaggio interessante per la digitalizzazione del patrimonio da strumento di visualizzazione a dispositivo di interpretazione spaziale. La possibilità di osservare il ciclo decorativo nelle condizioni di luce per le quali fu concepito apre prospettive di studio nuove sulla fruizione degli ambienti rinascimentali, sulla selettività delle fonti luminose pre-elettriche, sul rapporto tra spazio dipinto e percezione. Tecnologia come strumento ermeneutico, dunque, che restituisce all’opera la propria intenzione originaria.
Il visore è accessibile anche dal sito di Horti Hesperidum. Studi di storia del collezionismo e della storiografia artistica, rivista telematica semestrale dell’Università di Roma Tor Vergata, nello Scaffale Tiburtino. La sinergia tra una tech company e un dipartimento universitario delinea un modello in cui la digitalizzazione del patrimonio supera la funzione meramente conservativa per diventare metodo di indagine, parte attiva del processo interpretativo.

Il progetto si inserisce in S.P.A.F.E. – Sculpture, Painting and Architecture Fruition Experience, ideato e coordinato dal professor Carmelo Occhipinti nell’ambito del partenariato CHANGES – Cultural Heritage Active Innovation for Sustainable Society e del Distretto Tecnologico del Lazio.
La gestione delle immagini in gigapixel e degli asset digitali si avvale di Coosmo, il servizio di Digital Asset Management sviluppato da Haltadefinizione.

Credits:

1. Villa d’Este Tivoli_Prima sala Tiburtina, Virtual tour 3D_ Illuminazione con modalità flashlight;
2.Villa d’Este Tivoli_Campagna di digitalizzazione a cura di Haltadefinizione;
3. Villa d’Este Tivoli, Prima sala Tiburtina, Virtual tour visore 3D