Autore: Monica Nanetti
Anno: 2024
Da Modena a Massa, la “Strada Nuova” con Monica Nanetti. La storia dell’innovativa opera ingegneristica, affidata a Domenico Vandelli da Francesco III d’Este nel ‘700.

La Via Vandelli (dal nome del geniale matematico che ne curò la progettazione) è oggi un noto e apprezzato itinerario escursionistico, che ripercorre il tracciato di una straordinaria e innovativa opera ingegneristica voluta nel Settecento da Francesco III d’Este, duca di Modena.
Straordinario esempio dell’arte romanica, cuore e vanto della città: il Duomo di Modena, con la sua elegantissima architettura e il suo imponente apparato scultoreo (spesso definito come “Bibbia di pietra” per la potenza delle immagini rappresentate) è una tappa imperdibile per chi si trovi a visitare le terre emiliane. Un po’ meno noto, invece, è un altro gioiello ad esso collegato: il complesso dei Musei del Duomo. Situato di fronte alla “Porta della Pescheria” a pochi passi dalla Cattedrale, questa struttura racchiude infatti importanti raccolte di sculture, opere e suppellettili e offre la possibilità di interessanti scoperte – non necessariamente di impronta religiosa – collegate alla storia della città e che talvolta estendono i loro riflessi anche sul tempo presente.
È qui, infatti, che è custodita una straordinaria mappa datata 1746 raffigurante gli Stati Estensi al tempo del Duca Francesco III d’Este, realizzata da Domenico Vandelli; un documento che è oggi visualizzabile anche online sul sito della Estense Digital Library (la piattaforma digitale della Biblioteca Estense Universitaria). Una mappa che, sorprendentemente, negli ultimi anni è ritornata di attualità grazie a un percorso escursionistico sempre più conosciuto e frequentato: quello della Via Vandelli, itinerario storico che ripercorre nel suo tracciato quella che viene considerata la prima grande strada dell’Illuminismo, progenitrice di tutte le strade moderne. Ma chi era Domenico Vandelli, e come nasce questo straordinario progetto?
Per inquadrare correttamente la storia è bene ricostruire brevemente la situazione della Modena della prima metà del Settecento, risalendo per la precisione al 1738: quando, grazie all’accordo di matrimonio tra Ercole III, figlio ed erede del duca Francesco III d’Este, e Maria Teresa Cybo-Malaspina, duchessa di Massa e principessa di Carrara, il ducato riconquistava finalmente un accesso al mare e al grande indotto commerciale reso in tal modo possibile.
Con la differenza che, rispetto al secolo precedente, il mare in questione non era più l’Adriatico ma il Tirreno, al di là della catena appenninica. Di certo, però, il duca Francesco III non era tipo da scoraggiarsi davanti a qualche difficoltà orografica: uomo del suo tempo, pervaso dallo spirito illuminista, era tutt’altro che spaventato dalle innovazioni.
Fu lui, ad esempio, a introdurre in città la numerazione civica delle abitazioni (ancora presente nelle targhe di marmo del centro storico); fu lui il primo governante a far redigere un codice di leggi (il cosiddetto “Codice Estense”) destinato poi a diventare modello di tutti i successivi codici ottocenteschi; e allo stesso Francesco III si devono anche importanti interventi in quello che oggi verrebbe definito come welfare, con la costruzione di un ospedale civico a disposizione di tutti i cittadini e con un “albergo dei poveri” destinato a supportare i più bisognosi.

Tornando al collegamento con i nuovi territori affacciati sul mare, il duca decise dunque di affidarsi a una delle migliori menti della sua corte. Quella, per l’appunto, di Domenico Vandelli (1691-1754), ufficialmente definito come matematico ma in realtà uomo dal multiforme ingegno: geografo, esperto di architettura militare, ispettore idraulico e persino autore di una dissertazione sulla Divina Commedia. L’obiettivo era chiaro: realizzare una via completamente lastricata e di agevole percorrenza per merci e persone, di facile manutenzione, che passasse esclusivamente attraverso i territori del ducato estense e che unisse il Palazzo ducale di Modena (e, con una diramazione, il Palazzo ducale di Sassuolo) al Palazzo ducale Cybo-Malaspina di Massa.
L’ambiziosità del progetto è evidente, così come innumerevoli erano i problemi con cui Vandelli si trovò a confrontarsi; di fatto, era dall’epoca romana che un’opera di tale portata non veniva progettata e realizzata. Per rendersene conto basta dare uno sguardo proprio alla mappa custodita nel Museo del Duomo citata all’inizio, il cui nome per esteso è “Stati del Serenissimo Signor Duca di Modena in Italia delineati colle strade principali, e parte de’dominj circonvicini. All’Altezza Serenissima di Francesco III Duca di Modena, e Reggio XII., e della Mirandola II. Principe di Carpi, e Correggio c. Marchese d’Este, e della Concordia, Conte di Novellara, ec. e Generalissimo dell’Esercito del Re di Spagna in Italia. Dall’Umilissimo Divotissimo, e Reverentissimo Servidore, e Suddito Domenico Vandelli”.
Redatta in una scala approssimativa di 1:200.000, stampata da uno dei più prestigiosi incisori dell’epoca (Andrea Bolzoni di Ferrara) e ricchissima di nomi e di particolari topografici e orografici, questa mappa è ritenuta uno dei migliori prodotti cartografici del XVIII secolo, nonché uno dei primi esempi in cui la rappresentazione del territorio passa dall’approccio artistico a quello scientifico. In essa, sotto il nome di “strada nuova” è già possibile vedere il tracciato dell’intero percorso da Modena a Massa, anche se i lavori dell’ultimo tratto furono terminati alcuni anni dopo la stesura del documento; e c’è spazio pure per una lunga dedica dello stesso Vandelli al lettore.
Il termine “strada nuova” è assolutamente corretto: dopo una prima ipotesi di rispolverare un antico tracciato romano che risaliva il fiume Secchia, Vandelli decise infatti di disegnare un percorso completamente inedito; inventandosi anche con l’occasione, per risolvere una serie di problemi legati al superamento di notevoli dislivelli, importanti strumenti matematici come le isoipse, cioè le curve di livello tuttora utilizzate nelle carte topografiche.
Nell’arco di tre anni, tra il 1739 e il 1741, la strada venne progettata e costruita per la quasi totalità; la conclusione ufficiale dei lavori avvenne poi nel 1753, dopo una lunga interruzione per cause belliche. I lavori furono imponenti, dal momento che la strada non doveva essere un semplice passaggio, ma un itinerario facilmente percorribile anche da carri merci, carrozze passeggeri, convogli militari e doveva disporre di tutti gli accorgimenti per rendere il viaggio il più confortevole possibile. A questo fine, per attraversare i ripidi versanti delle Alpi Apuane furono realizzati chilometri e chilometri di tornanti lastricati sostenuti da muri a secco; furono costruite piazzole di sosta (come la celebre “Finestra Vandelli” nella discesa verso Massa) facendo esplodere mine nella roccia per ampliare lo spazio a disposizione; furono allargati passaggi impervi (come quello del passo della Tambura) per consentire l’agevole passaggio delle carrozze; furono concesse importanti agevolazioni fiscali a chiunque volesse costruire locande, osterie e stazioni di posta lungo il percorso. In sintesi, una sorta di autostrada del XVIII secolo, con tanto di autogrill, motel e aree parcheggio.

Un secondo documento antico racconta “dal vivo” proprio questa realtà: nell’Archivio di Stato di Modena (nella raccolta “Mappe Parisi” all’interno del Fondo dell’omonima famiglia) è infatti conservata un’altra mappa, databile intorno alla fine del Settecento, questa volta realizzata in modo più artigianale da un viandante dell’epoca che aveva effettuato l’itinerario in senso opposto, da Massa a Modena. Una lunga striscia di carta su cui il viaggiatore ha riportato le varie salite e discese, completando il tutto con disegni descrittivi dei paesi attraversati, delle osterie e degli insediamenti circostanti al percorso. Un prezioso documento che, per quanto incompleto, ha consentito ai ricercatori dei giorni nostri di ricostruire con la massima precisione il tracciato originario della strada.
Come spesso accade per gli itinerari storici anche la Via Vandelli, dopo un iniziale successo, andò però incontro a un inesorabile declino: Francesco III si trasferì a Varese in qualità di governatore per conto dell’Austria; il porto di Avenza, nei pressi di Massa, perse molta della sua importanza commerciale; una serie di anni di straordinarie nevicate e la crescente presenza di briganti resero il percorso più difficoltoso, tanto più se paragonato ad altri itinerari transappenninici che nel frattempo venivano inaugurati. Con il passare dei secoli, dell’originaria Via Vandelli sopravvissero solo pochi tratti non collegati tra loro, utilizzati come tracciati agricoli o, fino alla metà del secolo scorso, per il trasporto del sale lungo i versanti delle Alpi Apuane.
Un lungo oblio, quello della Via Vandelli, interrotto solo pochi anni fa: quando un appassionato di cammini, Giulio Ferrari, nato e cresciuto lungo questo percorso, tra il 2016 e il 2017 ha prima ricostruito con studi scientifici e poi percorso per la prima volta l’intero cammino, da Modena e Sassuolo fino a Massa. Da qui in avanti, la notorietà dell’itinerario ha continuato a crescere e a diffondersi rapidamente tra gli appassionati di trekking e di viaggi a piedi; un sito internet, un libro, una guida, una segnaletica ad hoc lungo il percorso stanno facendo sì che sempre più persone decidano di mettersi in marcia su questo itinerario, che dal centro di Modena conduce dapprima attraverso la pianura fino ai primi rilievi delle colline modenesi, per salire poi attraverso il territorio del Frignano (toccando località come Sassuolo, Serramazzoni, Pavullo) fino a raggiungere e superare il crinale tosco-emiliano al passo del Lagadello, a 1620 metri di quota.
Da qui ha inizio la lunga discesa attraverso la Garfagnana, che si conclude con la parte più spettacolare dell’intero itinerario: i 6 chilometri di tornanti, ancora perfettamente lastricati, che conducono fino alla piana di Massa e, poco oltre, alle rive del Tirreno. Un cammino di circa 170 chilometri, suddiviso normalmente in 7 tappe, che riproduce quanto più fedelmente possibile il tracciato originario, modificando per motivi di sicurezza solo quelle parti in cui al percorso settecentesco si è sovrapposta la moderna viabilità con strade ad alto traffico.
Certo, il concetto di comodità della strada è molto relativo e va inteso in rapporto all’epoca: quello che a metà del Settecento era considerato un itinerario agevole è oggi un percorso di montagna tutt’altro che banale, da affrontare con un buon grado di allenamento e di esperienza in ambienti impervi. Resta il fatto che la Via Vandelli, oltre a panorami straordinari, regala anche la sensazione tangibile di camminare nella storia. E in questo, probabilmente, risiede il segreto della sua crescente riscoperta da parte degli appassionati del viaggio lento.

