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L'artista poliedrico delle “Pietre Sonore”

Categoria: Progetti

Categoria: Progetti

Anno: 2026

L’articolo di Monica Nanetti racconta la Fondazione Pinuccio Sciola, nata nel 2016 per volontà dei tre figli dell’artista sardo.

Un patrimonio immenso da preservare: opere disseminate in oltre 200 località, progetti digitali, schizzi, scritti e carteggi. Grazie alla collaborazione con Hyperborea e Mida Digit, la Fondazione ha creato un archivio digitale accessibile a tutti, per tramandare opere, filosofia e pensiero di uno degli artisti più innovativi del panorama culturale contemporaneo.

“Pinucceddu lavora in campagna e quando ha tempo picchia la pietra”: così Enrichetta Sciola parlava del figlio; molto probabilmente senza immaginare che da quel “picchiare la pietra” sarebbe emerso un artista sorprendente e innovativo, capace di lasciare un segno personalissimo nel panorama culturale internazionale.

Il Pinucceddu di cui si parla è infatti Pinuccio Sciola, nato nel 1942 in Sardegna nel piccolo paese di San Sperate (SU) da una famiglia contadina. Origini umili che, da un lato, gli consentirono però di frequentare fin da subito quella che lui stesso aveva battezzato come “università della natura”, e che dall’altro non gli impedirono di proseguire i suoi studi a livello nazionale e internazionale: nel 1959 partecipa come autodidatta alla I Mostra d’arti figurative per studenti a Cagliari, aggiudicandosi – grazie all’Opera Prima, denominata successivamente “Pietrino” – una borsa di studio che gli permette di frequentare il Liceo Artistico del capoluogo.

Da qui in avanti, il suo percorso è un susseguirsi di importantissime esperienze formative: partecipa a numerose mostre collettive e non, frequenta il Magistero d’Arte di Firenze e l’Accademia Internazionale di Salisburgo (dove ha l’opportunità di seguire i corsi di Minguzzi, Kokoschka, Wotruba, Vedova e Marcuse); durante i suoi numerosi viaggi di studio per l’Europa entra in contatto con personalità artistiche come Giacomo Manzù, Aligi Sassu e Henry Moore; nel 1967 frequenta l’Università della Moncloa a Madrid, mentre l’anno successivo si trova a Parigi, in coincidenza del maggio francese. 

Tutto questo, però, non recide né affievolisce il richiamo con la sua terra. Nel 1969 fa ritorno a San Sperate e dà inizio agli “anni della calce”: l’ambizioso progetto di trasformare il suo villaggio natale in un autentico “Paese Museo”, grazie all’esperienza artistica e sociale del muralismo e all’entusiasmo della popolazione, coinvolta in una delle prime forme di Arte Ambientale e Pubblica in Italia. Nel frattempo, proseguono di pari passo lo sviluppo delle sue relazioni con l’ambiente artistico internazionale (nel 1973 è invitato dall’Unesco a Città del Messico per collaborare con David Alfaro Siqueiros, uno dei padri fondatori del muralismo messicano, dando vita a un gemellaggio artistico tra il paese di San Sperate e Tepito, un quartiere popolare di Città del Messico) e la sua affermazione come artista in grado di essere compreso e apprezzato tanto dalla critica quanto dal grande pubblico: partecipa alla Biennale di Venezia 1976; espone a Milano, a Cagliari, alla Quadriennale Nazionale d’Arte di Roma del 1986; è protagonista di una mostra itinerante nella Repubblica Federale Tedesca che tocca sette delle principali città tedesche; tra il 1994 e il 1995 prende parte alla rassegna d’arte Ooidonk 94 esponendo diciotto opere scultoree nel parco del castello di Ooidonk, in Belgio, e partecipa alla III Biennale di Arte Natura di Niederlausitz, nei pressi di Berlino.

Il tutto intessendo contatti e rapporti di amicizia con molti tra gli artisti e gli intellettuali più significativi della nostra epoca, che frequentavano la sua casa di San Sperate così come facevano gli abitanti del paese e i vicini di casa: da Renzo Piano ad Aligi Sassu, da Beppe Viola a Philippe Daverio, da Marta Lai a Paolo Fresu.

Una vita, quella di Pinuccio Sciola, in perenne equilibrio tra gli stimoli degli ambienti artistici internazionali e la solidità delle proprie radici, che lo portava a sintetizzare la propria biografia in una sola, efficacissima riga: “Pinuccio Sciola, scultore nato dalla pietra, amante dei fiori, dell’acqua e del sole”. Ed è proprio dalla pietra – e da un incessante lavoro di ricerca – che nasce il frutto più noto e caratterizzante della creatività di Pinuccio Sciola: le Pietre Sonore, suonate per la prima volta nel 1996 dal percussionista Pierre Favre al Festival Time in Jazz di Berchidda, in Sardegna. Sculture che riprendono le forme del megalitismo sardo ma, se osservate da vicino, parlano un linguaggio moderno, attraverso linee che si incrociano simmetricamente, forme geometriche, delicati ed eleganti segmenti e forme astratte. E, a renderle assolutamente uniche, la capacità di trasformarsi in strumenti musicali naturali, capaci di produrre suoni simili a quelli di un’arpa, del vetro o persino di voci umane quando vengono toccate o percosse. Confermando, così, l’assunto fondamentale dell’artista secondo il quale le pietre non sono oggetti inanimati, bensì custodiscono la memoria della propria terra e posseggono una voce interiore.

Pinuccio Sciola è morto a Cagliari il 13 maggio 2016, e il suo paese natale lo ha omaggiato appendendo lenzuola e drappi bianchi a tutte le finestre e balconi. Ma il suo lavoro non è andato perduto, tutt’altro: i tre figli dell’artista – Chiara, Tomaso e Maria – ne hanno infatti raccolto l’eredità artistica e morale, e in quello stesso anno hanno dato vita alla Fondazione Pinuccio Sciola, a San Sperate, con l’obiettivo di tramandare la filosofia artistica dello scultore attraverso la tutela, la promozione e la valorizzazione del suo pensiero e del suo operato.

Impresa tutt’altro che semplice, considerata l’enorme e multiforme messe di materiale, opere e progetti lasciati dall’artista. Come ha raccontato Maria Sciola:

“Pinuccio era un artista a 360 gradi. Quindi è vero che il suo medium principale era la pietra, ma lavorava con il legno, il ferro, l’argilla, il bronzo e anche su tantissimi progetti propriamente digitali e cartacei, grafici, schizzi, fotografie dove interveniva con gli acquarelli, simulazioni a livello prospettico. Quindi è vero che il materiale finale, quello a cui si approcciano di più le persone, è la pietra, è materica, è grande; ma c’è anche tutta un’altra parte di materiale che è indispensabile per capire il codice espressivo dell’artista, e non solo: anche per far sì che nascano nuove idee, che possano essere importanti per altre persone che si approcciano allo studio”. 

Una delle attività più rilevanti della Fondazione, fin dalla sua costituzione, è stata quindi quella di procedere alle attività di ricerca, studio, catalogazione e organizzazione della documentazione sulla figura e sull’opera dell’artista; a cui si è aggiunta ben presto la volontà di andare oltre le limitazioni derivanti da una fruizione “tradizionale e fisica”, creando un archivio digitale accessibile a tutti: una biblioteca immateriale e capace di consentire la massima divulgazione e valorizzazione di tutto il materiale archiviato e delle relative descrizioni e informazioni senza limiti di spazio e tempo.

Un lavoro la cui complessità si estendeva su diversi piani: la grandissima quantità di materiale, non sempre immediatamente individuabile (ricorda Maria Sciola: “Pinuccio ha sparso le sue opere nei paesi, nei luoghi. In Sardegna siamo a circa 120 paesi, ma nel totale sono oltre 200, ai quali ha dedicato un progetto che magari non si è realizzato…. moltissime opere sono installate in passaggi dove non arriva che qualche pecora o qualche cane disperso, e sono veramente in rapporto con la natura”); la difficoltà di definire un’architettura informatica (“La fase più delicata è stata sicuramente quando ci siamo ritrovati davanti alla costituzione di un albero, nelle cui diverse caselle infilare l’intero operato di Pinuccio. E qui il supporto più razionale, meno emotivo, di grandi professionisti ci ha aiutato a trovare una chiave”); la complessità di far convivere il mondo dell’arte analogica e quello digitale (“La differenza tra un archivista vero e proprio e uno storico dell’arte è che l’archivista riordina con metodo quasi scientifico, mentre lo storico dell’arte interpreta, immagina, suppone il pensiero dell’artista in quel momento. E poi, se ci metti in mezzo la famiglia, figurati: c’è pure il lato emozionale. È quindi necessario trovare un connubio”).

Ad affiancare la Fondazione Pinuccio Sciola nella creazione della digital library è stata così chiamata Hyperborea, che si è occupata di tutti i diversi aspetti dell’attività. Racconta Anna Fuggi, project manager di Hyperborea:  “La nostra attività ha riguardato ogni aspetto, a partire dalla redazione del piano iniziale (finalizzato anche al reperimento dei fondi necessari, tramite gli incentivi TOCC promossi dal Ministero della Cultura per la transizione digitale ed ecologica del settore culturale e creativo) fino alla installazione della nostra piattaforma, alla formazione del gruppo di lavoro della Fondazione Sciola, con il supporto e la consulenza della nostra esperta d’arte, Laura Di Martile, alla gestione del progetto, attraverso il monitoraggio costante dei tempi e dei costi.

Questo progetto ha previsto l’utilizzo della nostra piattaforma informatica Arianna con i suoi due moduli: Arianna4Work (dedicato alla gestione e alla descrizione) e Arianna4View (destinato alla pubblicazione e alla valorizzazione) e ha comportato la digitalizzazione di circa 2000 documenti.

L’operazione è stata svolta in sinergia con MidaDigit, società del Gruppo Panini Cultura di cui anche Hyperborea fa parte. Ma forse la maggiore particolarità di questo lavoro è il fatto di aver intensamente lavorato ‘a quattro mani’ con la Fondazione Sciola, nelle persone dei tre figli dell’artista. L’obiettivo, infatti, non era semplicemente quello di inserire le opere di Sciola, ma l’intero suo archivio, composto anche da scritti, carteggi, poesie e materiale di ogni tipo: in altre parole, non solo un archivio artistico, ma culturale in senso più ampio. Per questo motivo la collaborazione con i figli di Pinuccio è stata impegnativa ma fondamentale, e ha prodotto un impianto archivistico forte, che ora gli eredi potranno portare avanti in autonomia”. Un lavoro, quindi, destinato a proseguire nel tempo: “Il prossimo step – continua Fuggi – riguarda la pubblicazione delle immagini digitali prodotte: i circa 2000 documenti selezionati e digitalizzati, con l’idea di far emergere la figura di Pinuccio Sciola a 360 gradi, la persona oltre all’artista, con la sua filosofia e i suoi altri interessi… per questo, dopo la prima fase di riordino dell’archivio, di categorizzazione e di acquisizione dei vari documenti, il progetto prevede ora di effettuare un collegamento tra i 2000 oggetti digitali e le singole schede che li riguardano”. Poi sarà la volta delle opere. 

La strettissima collaborazione con il committente, del resto, è uno dei tratti caratteristici del modus operandi di Hyperborea, come conferma Fuggi:

“La nostra vision aziendale pone sempre il cliente al centro: si lavora insieme, si stringono rapporti personali; tanto che è normale, una volta finito un progetto, che ci si continui a sentire con i vari referenti e a restare informati sugli eventi e gli sviluppi. In questo caso, poi, per tutto il nostro team si è trattato di un incontro particolarmente intenso: la scoperta di Pinuccio Sciola ci ha regalato grandi emozioni, anche a livello personale. Andando a San Sperate mi sono resa conto che, come per le sue pietre, l’universo creato da questo artista è in grado di suscitare vibrazioni, di coinvolgere ciascuno nel profondo. Questo lavoro, devo ammetterlo, ci ha davvero esaltati e riempiti di entusiasmo; e ci ha ricordato che per chi opera nei beni culturali la passione è – sempre – un ingrediente imprescindibile del proprio lavoro”.

– Casa Pinuccio Sciola, Archivio Fondazione Sciola | ph. Ettore Cavalli
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Archivio Fondazione Sciola | ph. Nelly Dietzel