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Penna inchiostro e calamaio

Categoria: Storie

Anno: 2023

Ci sono oggetti, surreali per gli studenti di oggi, del tutto ordinari per gli studenti di “ieri”. Elena Franchi ci porta indietro nel tempo, addirittura al 1774, con l’Automa scrittore.

Astucci e zaini colorati, penne e matite: tutti oggetti che fanno tuttora parte della vita quotidiana degli studenti. Ce ne sono altri, invece, che non si usano più, e fa un certo effetto scoprire che strumenti per molti di noi abituali ai tempi della scuola, come carta assorbente e nettapenne, oggi sono oggetti musealizzati…

Il bambino intinge la penna nel calamaio a ogni cambio di riga, i suoi occhi si muovono seguendo la traccia del testo. Stiamo parlando dell’Automa scrittore realizzato nel 1774 dall’orologiaio svizzero Pierre Jaquet-Droz, in grado di scrivere testi diversi su 4 righe. Insieme all’automa Disegnatore e alla Musicista, venne presentato a Parigi al re Luigi XVI e alla regina Maria Antonietta, per poi proseguire verso le maggiori città e corti europee, da Londra all’Olanda, dalle Fiandre alla Spagna e alla Russia, rendendo famoso il loro creatore (Pierre Jaquet-Droz, Henri-Louis Droz e Jean-Frédéric Leschot, Automa scrittore, 1768-1774, Neuchâtel, Musée d’art et d’histoire; gentile concessione dell’azienda Jaquet Droz: guarda il video).

È un gesto lento quello della scrittura con la penna d’oca, adatto alla velocità della carrozza, tanto più affascinante se paragonato al ritmo di scrittura rapido e contratto della nostra società, fra twitter e whatsapp.

L’essere umano ha sempre cercato nuovi strumenti per scrivere più velocemente, in grado di seguire il flusso dei suoi pensieri, e per conservare in modo più durevole la memoria scritta. La penna di origine animale (di oca, ma anche di cigno o di corvo), che poteva essere fabbricata in casa (fig. 1), rimase lo strumento più diffuso per la scrittura fino agli inizi dell’Ottocento, quando la rivoluzione industriale inglese e il perfezionamento della fabbricazione dell’acciaio temperato permisero una vasta diffusione del pennino metallico.

A fronte dei vari inventori che ne vantavano la paternità, fu l’inglese James Perry, nel 1830, a brevettarne la fabbricazione: i suoi pennini si diffusero rapidamente in tutti i paesi europei in cui si stava affermando la scolarizzazione elementare.

Negli anni Venti del Novecento si incrementò la produzione italiana: la Presbitero lanciò il “pennino nazionale” con la famosa immagine dell’alpino con un pennino al posto della piuma sul cappello; negli anni Trenta si diffuse il pennino Pinocchio, mentre la LUS (Legnani Umberto, Saronno) lanciava, fra gli altri, i pennini Impero, Parlamento, Antonelliana (figg. 2-4).

La produzione di pennini, sempre più diversificata, diede avvio a una serie di accessori: scatolette per pennini (di cartoncino o di latta, con un messaggio pubblicitario), cannucce di supporto, nettapenne e assorbi inchiostro, carte assorbenti, astucci. Negli anni Trenta si diffusero le cannucce tricolori, mentre dagli anni Cinquanta vennero fabbricate con nuovi materiali e in una grande varietà di colori.

Nel corso del Novecento il calamaio, prezioso oggetto d’arredo che serviva a contenere l’inchiostro, iniziò a essere realizzato industrialmente e a diventare più economico. Negli anni Trenta si cominciò a utilizzare la bachelite, prima resina sintetica che sarebbe stata spesso impiegata anche nella fabbricazione dei telefoni.

Grazie ai progressi della chimica, fra il XVIII e il XIX secolo gli inchiostri per scrivere videro notevoli miglioramenti. Nel 1878, a seguito dell’acquisizione di una fabbrica di vernici e colori, nasceva la Pelikan, una delle più famose e importanti ditte di inchiostri.

Intanto proseguivano i tentativi per realizzare una penna che non costringesse a intingere continuamente il pennino nel calamaio e in cui il flusso dell’inchiostro fosse regolare. Sarebbe stato un assicuratore americano, Lewis Edson Waterman, a brevettare nel 1884 la prima penna a serbatoio veramente funzionale. In passato si diffuse la storia che l’idea gli fosse venuta per far firmare più velocemente i contratti ai suoi clienti, senza il rischio di macchiarli d’inchiostro.

La penna stilografica, subito associata a un’idea di autonomia e libertà, rappresentò un’invenzione veramente rivoluzionaria nel campo della scrittura a mano. Tutti potevano scrivere, in qualsiasi luogo, senza la necessità di portare con sé un calamaio (fig. 5). Grazie a un anellino fissato sul cappuccio le donne potevano agganciare la penna a nastri e passamanerie e gli uomini alla catena dell’orologio o, con un fermaglio, al taschino della giacca. Nacquero le prime aziende italiane: nel 1911 venne fondata la Nettuno a Bologna e nel 1912 la Montegrappa a Bassano del Grappa.

La Prima guerra mondiale diede un ulteriore impulso all’utilizzo della penna stilografica e alla sua diffusione in Europa. Dal fronte, i soldati americani scrivevano alle loro famiglie con le fountain pen, le penne stilografiche donate dalle aziende per motivi patriottici e pubblicitari (fig. 6). Dopo il conflitto anche in Europa si diffusero le aziende produttrici e nel 1919 fu fondata a Torino la Fabbrica Italiana di Penne a Serbatoio “Aurora”. A Bologna, invece, nel 1925 nacque la OMAS (Officina Meccanica Armando Simoni), che lanciò il suo grande successo, la “Penna del dottore” dotata di un piccolo termometro clinico nascosto nel corpo della penna.

Nel 1929 i Patti Lateranensi vennero firmati con una penna Aurora, e nel 1936 l’azienda realizzò la penna Etiopia per celebrare le conquiste coloniali, con una riserva di inchiostro in pillole appositamente studiata per scrivere nel deserto. Negli anni dell’autarchia si sperimentarono materiali nuovi, con materie prime italiane: si fabbricarono pennini in vetro soffiato e in leghe particolari.

Nel 1936, Aurora comprò una licenza dalla Walt Disney (forse il primo caso in Europa) per realizzare una penna a prezzo contenuto, la Topolino, pensata per gli studenti. Il personaggio era già noto in Italia perché la Nerbini di Firenze pubblicava il giornaletto dal 1932.
Nel secondo dopoguerra l’invenzione della cannuccia d’inchiostro, che permetteva di ricaricare la penna in modo facile e veloce, contribuì ancora di più alla diffusione delle stilografiche. Dagli anni Sessanta la penna Auretta, disponibile in vari colori, trovò ampio spazio nelle scuole italiane (fig. 7).

Ma c’era un altro prodotto rivoluzionario che si stava facendo strada dalla fine della Seconda guerra mondiale: la penna biro, dal nome del giornalista ungherese che l’aveva ideata negli anni Trenta, László József Bíró. Pare che l’idea della nuova penna gli fosse venuta osservando i bambini che giocavano a biglie per strada. Invece di utilizzare l’inchiostro fluido delle stilografiche ne utilizzò uno più vischioso inserendo nella penna una pallina (da cui “penna a sfera”), che consentiva una distribuzione più omogenea dell’inchiostro. Il brevetto di Bíró fu venduto al barone Marcel Bich, che nel 1952 lo commercializzò in tutto il mondo con il nome BIC. In grande anticipo sui nostri tempi, Bich aveva inventato la filosofia dell’usa e getta, progettando penne, accendini e lamette da barba che si buttavano quando erano consumati.

E c’è un altro utilizzo (improprio) della BIC che probabilmente molti di noi ricordano, associato a un oggetto molto diffuso fino agli anni Novanta, la musicassetta, dotata di un nastro magnetico su cui venivano registrati audio e brani musicali. Ciclicamente, però, il nastro si incastrava nel mangiacassette e per cercare di riavvolgerlo non c’era niente di meglio di una BIC inserita al centro della bobina… (fig. 8).

Molti studi stanno rivalutando l’importanza e i benefici della scrittura a mano, grande alleata del pensiero e del processo cognitivo. Una scrittura che aiuta la memoria e favorisce la concentrazione, stimolando aree diverse del cervello e rilassando il sistema nervoso.
Il corsivo, in particolare, con quella linea continua che unisce le diverse lettere, fa emergere le emozioni del nostro mondo interiore e stimola la creatività.
Come ci ricorda l’Accademico della Crusca Rosario Coluccia (vedi link), scrivere in corsivo richiede al cervello del bambino uno sforzo in più: una sfida che non è presente quando si scrive in stampatello o con la gestualità semplice e ripetitiva del touchscreen.

Ma c’è anche un altro motivo per incoraggiare la scrittura a mano. Se non sappiamo più leggere il corsivo, perdiamo la possibilità di conoscere e studiare i documenti, i carteggi, gli appunti, i diari dei protagonisti di epoche passate.

Non avremo più accesso alle fonti dirette e perderemo testimonianze preziose. Quelle che conservano i nostri archivi.