Al Museo Tattile Statale Omero di Ancona l’arte si incontra con le mani.
“Non toccare!” è il divieto che ci hanno ripetuto sin dalla più tenera età. In questo museo, decisamente atipico, accade esattamente il contrario.
Leggi l’articolo di Emanuela Morganti e lasciati condurre in un viaggio dove il tatto diventa guida. Dove sguardo e parole, cedono il posto ad un “sentire” più significativo.
Chi si occupa di educazione e di insegnamento, chi lavora come guida, chi opera nella didattica museale o nella divulgazione e chi si presta a cicerone durante le vacanze conosce bene gli sguardi incuriositi che si soffermano sui dettagli di un dipinto, un affresco, un’incisione mentre viene loro descritta, e anche le occhiate perplesse che scrutano a distanza i particolari di una scultura, di un oggetto di design o di un edificio. I colori, le luci, le ombre, gli andamenti delle pennellate, gli spessori dei tratteggi si riconoscono immediatamente mentre vengono raccontati, quasi si gareggia con chi ci è a fianco e persino tra sé e sé a individuare nel minor tempo possibile quelle singole finezze. Al contrario, è più complesso raffigurarsi mentalmente le dimensioni e le proporzioni di un’opera senza poterla mettere a confronto con il proprio corpo, così come lo è immaginarsi un materiale freddo o caldo, soffice o rigido, vellutato o ruvido senza poterlo toccare.
“Non toccare!” è d’altra parte il divieto che familiari, conoscenti e docenti ci hanno ripetuto sin dalla più tenera età, perfino persone sconosciute incontrate per caso si sono premurate di proibirci di poggiare le mani su qualcosa, alle volte anche ribandendo il concetto con l’aggiunta di un avvertimento: “Attenzione! Non toccare!”. L’invito è stato quindi quello a concentrarsi per non farlo.
Al Museo Tattile Statale Omero di Ancona accade il contrario, dobbiamo prestare la massima concentrazione mentre ci avviciniamo alle opere esposte, le sfioriamo, e con timidezza infrangiamo quel tabù decennale, iniziamo a lambirle, ci viene insegnato a leggere con le mani, a carpire informazioni da tutto il nostro corpo, e infine tocchiamo ciò che ci circonda. Riscopriamo l’importanza di un senso e il valore di parole che troppo spesso la maggior parte di noi pronuncia o ascolta senza comprenderle e viverle davvero: grumoso, ospitale, tenera, gelido, congiunto, nodosa, levigato, respingente, flessibile, rifinita sono solo alcuni dei termini che assumono il loro significato al massimo del valore solo senza vedere.

Conoscere e comprendere l’arte attraverso il tatto è un processo educativo estetico per persone vedenti, non vedenti e ipovedenti. (Ri)scoprire la tridimensionalità di un’opera, liberarla dall’appiattimento di una descrizione, di una pagina o di uno schermo, entrare in una comunione sensoriale e non solo emotiva rappresentano un arricchimento oltre che un apprendimento. Una crescita individuale e sociale, che rende il Museo Omero un punto di riferimento a livello internazionale per la cultura dell’accessibilità, grazie ai corsi di formazione, le esposizioni, i prestiti, le attività educative e, ovviamente, la sua collezione.

Dal 2012 il patrimonio del Museo Omero è ospitato nella prestigiosa sede della Mole Vanvitelliana di Ancona, un complesso monumentale polivalente costruito nel 1733 dall’architetto napoletano Luigi Vanvitelli, con funzioni sanitarie e difensive. Un’isola artificiale sul mare a pianta pentagonale adibita a lazzaretto, un luogo che sin dalla sua origine coniugava l’aspetto artistico e la funzione sociale, un’unione che persiste salda nell’identità del Museo Omero, tracciata sin dalla nascita da chi l’ha ideato e fondato, Aldo Grassini e Daniela Bottegoni.
La collezione conta oltre duecento opere di materiali, epoche e nature differenti che si snodano lungo un allestimento di 1.500 metri quadrati predisposto in sezioni cronologiche e tematiche. Dalle copie in gesso, resina e vetroresina dei capolavori dell’antichità classica greca e romana ai modelli in legno di architetture medievali e rinascimentali, dalla traduzione a rilievo di celebri dipinti della storia dell’arte a sculture originali contemporanee, sino a iconici oggetti di design.
Nell’agosto del 1498 Michelangelo Buonarroti riceve dal cardinale Jean Bilhères de Lagraulas, ambasciatore francese a Roma, l’incarico di scolpire una Pietà per una cappella sita nella Basilica di San Pietro. L’opera commissionata al giovane artista toscano, l’unica da lui firmata, si trasforma in uno dei portavoce del Rinascimento italiano. Michelangelo rielabora il soggetto nordico della meditazione della Vergine sul corpo esamine del figlio, strutturandolo in uno sviluppo piramidale e levigando la pietra rendendo le superfici traslucide, quasi trasparenti, e all’apparenza morbide. Al tatto si ritrovano la giovinezza malinconica del volto di Maria, la plasticità dell’anatomia del corpo di Cristo, le increspature e le pieghe della stoffa, le proporzioni dei corpi e dello spazio, e molto altro. Poggiando le mani sul calco al vero di resina e polvere di marmo esposto ad Ancona si accarezza una matericità che diviene realtà e raffinatezza, ma si entra anche in comunione emotiva e fisica con il dramma di una madre, un dramma reale e contemporaneo.

Nel gennaio 1937 il governo spagnolo invita Pablo Picasso a realizzare un’opera da collocarsi nel padiglione nazionale dell’Esposizione Universale di Parigi. Il 26 aprile l’aviazione tedesca e italiana bombardano la piccola cittadina basca di Guernica e l’artista di Malaga decide di dedicare a questa tragedia umana una tela dipinta a olio delle dimensioni di quasi otto metri di larghezza per circa tre e mezzo di altezza, compiendo una precisa scelta cromatica: la rinuncia del colore e la declinazione in campiture in scala di bianchi, grigi e neri, predisponendo già l’opera per la sua diffusione a stampa. Al Museo Omero è presente una riproduzione di Guernica in scala 1:2,77 realizzata a rilievo in terracotta policroma, in cui alle tonalità originali si sostituiscono i blu del secondo piano e i bianchi e gli aranciati del primo, permettendone la fruizione alle persone ipovedenti. Il dolore e la disperazione plasmano un groviglio di figure umane e animali dall’espressività evidente, manifesta, tangibile e proprio questa materialità, questa concretezza della tragedia si evolve qui in modo naturale, in forme percettibili, forme che traducono il dipinto in una scultura. Si toccano la crudeltà, la violenza, la mancanza di speranza, ma ci si unisce fisicamente anche con un messaggio universale, civile, sociale, umano.

Non solo copie, modelli, riproduzioni e traduzioni, il Museo Omero conserva ed espone opere originali di arte contemporanea, figurative e astratte, realizzate con materiali e tecniche differenti, fruibili tattilmente. Dalla grande installazione polimaterica Italia riciclata di Michelangelo Pistoletto presentata per la prima volta alla Biennale Internazionale di Architettura di Venezia del 2012 a Colloquio libero bronzo lucidato di Pietro Consagra, da La Donna nel tubo di Giuliano Vangi (modello in gesso smaltato per l’omonima trasposizione in bronzo) a L’idea di Bruno Ceccobelli in marmo e onice, dal Giocoliere bronzeo di Marino Marini a Segni, legno di Loreno Sguanci. Sino a Pietra Sonora di Pinuccio Sciola che consente la connessione tra il tatto, la vista e l’udito. La scultura è stata realizzata nel 2012 e nasce da un blocco di calcare originario della Sardegna, regione dalla quale provengono i materiali alla base delle creazioni del maestro. Grazie alle tecniche del taglio a scacchiera e della levigatura l’artista di San Sperate ha plasmato un reticolo di forme che, se accarezzate con le mani o se sollecitate da piccoli frammenti di pietra, vibrano e producono suoni. Suoni che provengono dal tempo e dallo spazio, dall’origine di quelle rocce, dall’unione dei minerali con l’acqua, dalla natura che le ha generate e preservate. Dagli inizi degli anni Novanta le Pietre Sonore di Sciola legano il megalitismo sardo con la contemporaneità, allacciano connessioni comunicative che travalicano le età della Storia, i luoghi geografici, i percorsi individuali, e accompagnano le persone in ascolto. Sono ponti.

L’ultima nata al Museo Omero è la sezione design, inaugurata nel dicembre 2021 e selezionata nel 2022 dall’ADI (Associazione per il disegno industriale) per essere inserita nell’ADI Design Index 2022, l’elenco dei prodotti in corsa per l’ambito Premio Compasso d’Oro ADI 2024. La collezione ospita trentadue eccellenze ideate e prodotte dal design italiano, selezionate o vincitrici del Compasso d’Oro, divenute simboli di creatività e di innovazione tecnologica, icone presenti, tra l’altro, nelle collezioni della Triennale Milano e del MoMA di New York che, a differenza degli illustri precedenti, al Museo Omero possono essere toccate e manipolate, consentendo un’esperienza museale multisensoriale. All’interno dell’allestimento a ferro di cavallo si interagisce con protagonisti della nostra vita quotidiana, come la macchinetta da caffè Moka ideata da Alfonso Bialetti o la sua alternativa, la caffettiera 9090 progettata da Richard Sapper per Alessi. Si incontrano anche oggetti che hanno rivoluzionato la nostra quotidianità, come Valentine la macchina da scrivere portatile disegnata da Ettore Sottsass e prodotta da Olivetti; Timor il calendario perpetuo da tavolo creato da Enzo Mari per Danese; o la Vespa Sprint che unisce Corradino D’Ascanio a Piaggio. Ci si relaziona con creazioni che ci hanno consentito di deviare da strade predefinite, come la lampada Eclisse che Vico Magistretti crea per Artemide; Algol 11 pollici il televisore portatile di Marco Zanuso e Richard Sapper realizzato per Brionvega; o Plia, la sedia pieghevole che Giancarlo Piretti pensa in polipropilene e tubolare di acciaio per Anonima Castelli. Plia è una seduta silenziosa in grado di scomparire e apparire al bisogno, di integrarsi nell’arredamento senza stonature, ma capace di accogliere chi giunge inaspettatamente.

Accoglienza è la parola che sta alle radici anche dello spazio “Fuori tutti” collocato all’interno della sezione design, un luogo all’interno del quale sono presenti miniature degli oggetti esposti con cui è possibile interagire in solitaria. Un ambiente protetto per un isolamento temporaneo, accessibile a persone neurotipiche e neurodivergenti, una stanza dedicata a una pausa, una necessità, una libertà.

La Dichiarazione Universale dei diritti umani riconosce nell’articolo 27 il diritto di ogni persona a prendere liberamente parte alla vita culturale della comunità, di godere delle arti e di partecipare al progresso scientifico e ai suoi benefici. Accoglienza significa accessibilità, accessibilità significa uguaglianza, uguaglianza significa democrazia.1
1 Cfr. Aldo Grassini, I sensi. L’arte. L’accessibilità, in Id., Andrea Sòcrati, Annalisa Trasatti, L’arte contemporanea e la scoperta dei valori della tattilità, Armando Editore, Roma, 2018, p. 21.

