L’Archivio Fotografico Caproni, racconta una storia industriale che attraversa il novecento italiano.
Con Stefano Giussani entriamo nel cuore di un progetto complesso. La digitalizzazione e la descrizione di un patrimonio fotografico articolato e, finalmente, riorganizzato in un unico archivio. Oltre agli aspetti tecnici e ai processi organizzativi, il racconto del progetto restituisce un altro spunto di rilievo. La difficoltà di tramandare un patrimonio, quando la distanza generazionale cancella parte dei riferimenti storici condivisi.
Settanta album, migliaia di fotografie, una storia industriale che attraversa il Novecento italiano. Il progetto di digitalizzazione dell’archivio Caproni rivela le difficoltà di tramandare un patrimonio quando la distanza generazionale cancella i riferimenti storici condivisi.
C’è un nome che, a distanza di più di un secolo, rimane una leggenda dell’aviazione. Ispiratore dei futuristi ieri, sognato da una generazione di ragazzi tra le due guerre, citato da Miyazaki negli anime di oggi, “Caproni” è sinonimo della sfida dell’uomo al cielo. Il Museo Caproni dedicato ai gioielli dell’aria è stato il primo museo aziendale italiano e tra i primi a esporre una collezione aeronautica di alto livello. Sin dai suoi primi anni di attività, Gianni Caproni e la moglie Timina decisero di conservare all’interno delle officine alcuni degli aerei più importanti tra quelli prodotti anziché procedere alla loro dismissione. E con i velivoli, iniziarono a raccogliere le immagini.
L’archivio arriva oggi da depositi diversi, frammentato. Alcuni album risalgono all’epoca, altri fototipi si conservano in forma sciolta. Laura Di Martile, archivista incaricata della catalogazione per il progetto PNRR, sfoglia il materiale e individua subito tre filoni distinti: le immagini dei test di volo, destinate a documentare prove e collaudi; gli scatti commerciali, strumento promozionale verso potenziali acquirenti; le produzioni propagandistiche, allineate al messaggio politico del regime.
«La bellezza dell’archivio Caproni sta nel vissuto – spiega Di Martile – Queste macchine volanti si staccavano dal suolo. Volavano davvero. Quando cadevano, cadevano davvero». Tra le immagini più impressionanti, le vedute aeree di siti bombardati, i documenti che accompagnano gli scatti degli incidenti con la descrizione delle circostanze in cui i piloti hanno perso la vita. «M’ha fatto impressione il documento a corredo della foto stessa – ammette – c’è un connubio affascinante tra le figure dell’immagine e la loro descrizione. A prescindere che siano raffigurate persone, impianti , aeroplani, impianti e perfino gli incidenti con i relitti in bella vista».

Il censimento come urgenza
Il lavoro rientra nei parametri del PNRR, che privilegia la digitalizzazione conservativa rispetto alla catalogazione analitica. Le schede descrittive sono moduli inventariali ridotti, lontani dagli standard estesi ICCD che richiederebbero ore per ogni singola immagine. «Vince la fotografia – sintetizza Di Martile – Le informazioni di base bastano, per ora. Misure, materia, tecnica e soggetto sono la base imprescindibile anche per la catalogazione cosiddetta “speditiva”. Tutti gli approfondimenti verranno in un secondo momento ».
Oltre settemila fototipi tra esemplari raccolti in album e sciolti, in un numero consistente di scatole conservate sotto chiave in armadi metallici: una quantità dominabile, osservabile per intero. Al primissimo approccio, l’archivista procede per carotaggio, sfoglia il materiale, individua le tipologie di soggetti e le tecniche utilizzate. Poi arriva il momento di decidere quali competenze servono. Per le tecniche di stampa serve un expertise che sappia distinguere le varie tecniche di stampa fotografica e per questo ci si avvale di profili di alta specializzazione. Per le descrizioni dei soggetti servono persone capaci di adeguarsi alle evoluzioni dei modelli di catalogazione, anche in una logica di omogeneizzazione con i criteri PNRR. Considerato il tema aeronautico, per l’archivio Caproni verosimilmente la committenza si rivolgerà anche a ingegneri aeronautici e storici del volo.
L’ingenuità della memoria
I tecnici più giovani, entrambi ventenni freschi del corso di laurea in Culture e civiltà del sapere a Pisa con indirizzo storico-artistico, arrivano in qualità di apprendisti al progetto, con tanta voglia di misurarsi sul campo. Dai libri alla pratica con gli stilemi dell’ICCD, l’Istituto Centrale per il Catalogo e la Documentazione, è un passo grande. Di Martile racconta che i ragazzi stanno affinando le conoscenze di base maturate all’Università, un contesto che offre poche occasioni per confrontarsi direttamente con le fonti. Nonostante questo, mostrano una curiosità vivace e una motivazione che li spinge a progredire in fretta. Con lo stesso entusiasmo si stanno avvicinando alla lettura e all’interpretazione di simboli e insegne storiche – comprese quelle fasciste, per loro meno familiari – scoprendo aspetti che non avevano mai esplorato. Grazie all’esperienza maturata negli archivi, il team è in grado di guidare questi futuri schedatori passo dopo passo, affiancandoli a professionisti che conoscono da vicino i principali archivi del Paese. L’apprendimento, ricorda Di Martile, è un cammino, un percorso fatto di pazienza e interesse: un processo che merita di essere rispettato e valorizzato.

Una veduta dall’alto mostra il suolo martoriato: si ipotizzano lavori in corso ma un’analisi attenta mostra chiari i segni di un bombardamento. Davanti alla dicitura “generale di corpo d’armata”, i due collaboratori tentennano. «La gerarchia militare appartiene a un lessico che questa generazione fatica a riconoscere – spiega l’archivista – Bastano due generazioni di distanza dalla guerra perché certi riferimenti diventino opachi».
Di Martile avverte il gap anche nella percezione del contesto storico. «Dietro le immagini di Mussolini, dei bombardamenti o delle visite di Italo Balbo, si coglie il peso della propaganda e la direzione verso cui quelle rappresentazioni miravano. Per molti giovani, invece, quelle stesse fotografie appaiono semplicemente come materiale d’epoca».
Il rapporto con la simbologia fascista è un elemento che sempre più spesso tocca il lavoro di storici, docenti e archivisti. Dalla cronaca emergono casi dove si chiede di eliminare dal contesto descrittivo l’espressione “era fascista” nella data degli eventi del Ventennio per evitare “ammiccamenti”, ma così facendo la descrizione risulta meno corretta».

L’occhio del fotografo aziendale
Eppure, nonostante le difficoltà interpretative, emerge dalle immagini qualcosa che Di Martile definisce “armonia“. «C’è dell’affinità poetica – dice – Fotografare da un aereo in volo un altro velivolo richiede competenze tecniche notevoli. Oggi abbiamo i cellulari, ma un tempo le macchine erano quasi degli armadi».
Il buongusto di cui parlava Miyazaki – quella capacità di far precedere l’eleganza alla tecnologia – si manifesta anche nella documentazione: composizioni equilibrate, inquadrature che valorizzano la struttura dei velivoli, un’attenzione formale anche nelle immagini tecniche. La quantità di materiale suggerisce l’esistenza di uno studio interno all’azienda Caproni, con operatori sempre presenti nei momenti salienti. «Vista la mole, dev’esserci stato un impegno consistente su questo fronte».
Gli scatti restituiscono la dimensione sociale dell’impresa: gli hangar che oggi appaiono archeologia industriale, gli operai in posa accanto agli aeromobili, la progressione dalla lavorazione artigianale dei singoli pezzi alla perfezione del prodotto finito. «È la perfetta fusione tra l’eleganza del lavoro, che parte dall’artigianale, e lo stupore che provoca qualcosa di straordinario. – spiega Di Martile – Pionieri che costruivano seguendo processi che nei singoli passaggi potevano sembrare normali, ma che portavano a macchine volanti gigantesche e perfette per l’epoca».
La figura femminile ai margini
La presenza femminile risulta ancora tutta da approfondire. Timina Caproni compare in immagini di rappresentanza, con il ruolo della dama che viene fatta salire sull’aereo nelle occasioni illustri. Altre donne appaiono negli scatti familiari dei primi tempi, quando accanto ai cantieri vivevano famiglie numerose.
Di sicuro colpisce quell’aura di stile che emanano le eleganti figure femminili attorno al pioniere dell’aria. «L’aviazione e il periodo storico relegano la componente femminile ai margini, ma sempre con classe e rispetto – osserva l’archivista – Qualche traccia documentale potrebbe emergere dalla parte cartacea dell’archivio, ancora da esplorare.».

La domanda rimasta sospesa
Dopo mesi trascorsi a sfogliare migliaia di immagini, Di Martile risponde a cosa domanderebbe a Gianni Caproni se lo incontrasse. «In quale momento si è sentito triste o demotivato? Ci vuole una volontà di ferro per gestire tanti stabilimenti, disciplinare tante attività. Mi piacerebbe sapere se in un certo momento ha dubitato di se stesso». Le fotografie documentano la fase ascendente dell’azienda, la perseveranza dell’ingegnere trentino, l’intuizione che la fotografia potesse diventare strumento di testimonianza e promozione. Del declino restano poche tracce.
La conclusione del lavoro di catalogazione era prevista per fine novembre 2025 e grazie a una serrata tabella di marcia si è riusciti a mantenere i tempi. Album e contenitori sono tornati nei depositi di Trento, imballati con cura e in attesa di ripartire per la digitalizzazione, programmata a Bergamo.
Le schede descrittive aspettano di confluire nel sistema ministeriale dove le immagini potranno essere consultate. Rimarrà aperta la questione di come trasmettere alle generazioni future un patrimonio quando i riferimenti storici condivisi saranno dissolti. Probabilmente, per allora il fascio littorio sarà diventato un simbolo sconosciuto e le gerarchie militari una lingua morta.
E in questo vuoto di memoria che l’archivio fotografico acquista valore: testimonianza che resiste, immagine che parla anche quando le parole tacciono.

