Autore: Monica Nanetti
Anno: 2024
Con Monica Nanetti ripercorriamo la storia della casa editrice statunitense e dei suoi archivi fotografici, entrati a far parte della collezione d’arte Pinault.

Gli archivi fotografici della casa editrice statunitense, entrati a far parte della collezione d’arte Pinault, presentano in una mostra a Venezia i capolavori dei più grandi fotografi del XX secolo
C’è una famosa massima – che qualsiasi giornalista si è sentito ripetere varie volte nel corso della propria carriera – che recita: “Con il giornale di oggi si incarta il pesce di domani”. La carta stampata come materia effimera, i cui contenuti hanno valore solo nell’ambito della stretta attualità e sono destinati a cadere rapidamente nell’oblio, soppiantati di continuo da nuovi elementi dalla altrettanto breve vita. In realtà (e per fortuna, almeno a parere di chi scrive) le cose non stanno affatto così: come testimonia benissimo uno dei più importanti eventi artistico-culturali del 2023 in Italia: una mostra che nasce proprio da un archivio giornalistico. Certo, non si tratta di un archivio qualsiasi, dal momento che protagonista è la prestigiosa casa editrice Condé Nast, la cui storia merita di per sé un approfondimento.
Il nome dell’azienda è, semplicemente, quello del suo fondatore: Condé Montrose Nast, nato a New York nel 1873 da una famiglia della buona società (inclusa una madre francese discendente da una famiglia aristocratica), che fin da giovanissimo inizia a lavorare in ambito editoriale distinguendosi per le sue idee innovative e le sue eccellenti doti commerciali. Nel 1909, la svolta: Nast acquista la rivista Vogue, fino a quel momento semplice gazzettino settimanale di pettegolezzi diffuso tra l’aristocrazia newyorkese, e la trasforma rapidamente nella più autorevole rivista di moda di tutti i tempi, vera e propria icona di stile a livello mondiale. Un successo a cui fanno seguito altre riviste altrettanto leggendarie nei propri specifici settori, come House & Garden, Traveler, Glamour e soprattutto Vanity Fair, anch’essa acquistata, nel 1913, quando ancora era un periodico di scarso successo e affidata alla direzione del sofisticatissimo Frank Crowninshield, definito dallo stesso Nast come “l’uomo più colto, elegante e ac- cattivante nell’editoria, se non in assoluto a Manhattan”. Anche in questo caso il cambio di rotta verso temi più evoluti – legati all’arte, al teatro, alla letteratura, allo sport – si rivela vincente e consacra “Vanity” come punto di riferimento culturale di altissimo livello, con articoli firmati da molti tra i più quotati scrittori dell’epoca, del calibro di Aldous Huxley, T. S. Eliot, Ferenc Molnár, Gertrude Stein e Francis Scott Fitzgerald.
Un approccio di alto livello che non si limita ai testi, ma che si allarga ben presto alla parte visiva: l’immagine, la grafica, l’illustrazione diventano subito per le riviste Condè Nast un elemento identitario e un sigillo di eccellenza, attraverso la presenza di grandi artisti nel campo del disegno e della fotografia; la casa editrice fu tra i precursori, negli anni Trenta, nella pubblicazione di fotografie a colori, e Vanity Fair fu la prima rivista in assoluto a pubblicare riproduzioni di artisti come Picasso e Matisse.

A fungere da filo conduttore dello straordinario sviluppo della casa editrice è quindi una scelta editoriale molto precisa, divenuta nel tempo un fattore distintivo. Una sorta di marchio di fabbrica consistente in una maniacale ricerca della qualità unita a una visione internazionale e a una grande attenzione ai talenti emergenti; approccio mantenutosi invariato nel passare dei decenni, anche attraverso i grandi cambiamenti e le modifiche societarie che hanno successivamente interessato la casa editrice fino a portarla all’assetto attuale (dal 1959 la proprietà del gruppo è passata alla famiglia Newhouse). Non a caso molti dei più grandi fotografi del secolo hanno esordito proprio con Condé Nast, prima di riuscire a esporre le proprie opere ed essere riconosciuti come figure chiave nel mondo dell’arte. È il caso, ad esempio della foto “Cuzco Children”, scattata da Irving Penn nel 1948 e pubblicata da Vogue nel 1962, prima di essere poi esposta alla prestigiosa Marlborough Gallery di Londra nel 1977 e di diventare uno dei più celebrati capolavori del fotografo statunitense.

Con una simile storia alle spalle è facile quindi intuire lo straordinario valore degli archivi fotografici Condé Nast, capaci di custodire una buona parte delle vicende, della cultura e del costume dell’ultimo secolo: fotografie che, come si usa dire, “hanno fatto la storia”, documenti visivi di altissimo livello artistico dotati al tempo stesso di un’immediatezza giornalistica capace di imprimersi nell’immaginario collettivo. Se ne è resa conto la Pinault Collection, una delle più vaste e importanti collezioni d’arte private a livello mondiale di proprietà dell’imprenditore francese François Pinault, che nel 2021 ne ha acquisito una vasta parte. Un patrimonio che meritava una degna valorizzazione, arrivata finalmente quest’anno con la realizzazione della grande mostra “CHRONORAMA. Tesori fotografici del XX secolo” allestita a Venezia presso Palazzo Grassi (sede della stessa Pinault Collection) e in cartellone fino al 7 gennaio 2024. Una prima mondiale interamente dedicata ai capolavori contenuti negli archivi della casa editrice e curata da Matthieu Humery, esperto di fotografia e direttore del Living Archives Program presso la Luma Foundation di Arles. È lo stesso Humery che, nel presentare la mostra, ha raccontato la genesi dell’iniziativa: “Quando ho visto per la prima volta le immagini dell’archivio mi sono lasciato sopraffare dall’eccitazione. Ho scelto appositamente la parola ‘tesori’ e non ‘capolavori’, nel titolo, perché comprende la dimensione della scoperta di qualcosa di nascosto. È una mostra sull’archeologia del ’900: le fotografie sono opere d’arte e sono le prime in assoluto a esserlo.
Non si tratta solo dell’immagine in sé, ma anche dell’oggetto. Si percepiscono le manipolazioni e si intuisce il processo a cui l’immagine è stata sottoposta. Quando si vedono cose del genere, l’unico desiderio è quello di condividere e fare in modo che il pubblico ne riconosca la bellezza e l’importanza. Per questo ho invitato il signor Pinault a New York a vederle di persona e abbiamo organizzato un incontro con Anna Wintour (storica direttora di Vogue, ndr.), tirando fuori dalle scatole alcune fotografie di Edward Steichen, Cecil Beaton, André Kertész, Irving Penn, Helmut Newton e di Diane Arbus – prima ancora che diventasse la Arbus che noi tutti conosciamo. Pinault era entusiasta e ha detto subito: ‘Facciamo una mostra!’. Da quell’istante sono passati diversi anni. La volontà era quella di presentare le infinite possibilità dell’archivio – ci sono fotografie di moda, still life, foto di architettura, ritratti – nel rappresentare la complessità del linguaggio fotografico e la capacità delle riviste di riflettere lo zeitgeist di un secolo. È stato un lungo processo fatto di selezioni e restauri e ora finalmente lo installiamo a Palazzo Grassi: è un momento molto bello e anche un po’ commovente”.

Sono ben 407 le immagini in mostra, realizzate tra il 1910 e il 1979 (per un totale di oltre 185 fotografi e artisti) e ordinate in un percorso cronologico suddiviso per decenni, che comprende celebri capolavori dell’arte fotografica insieme a immagini fino ad ora rimaste inedite: ritratti di star di cinema e teatro, personaggi illustri del secolo, moda, reportage, architettura, still life e fotografia documentaristica. Immagini che fin dalla loro origine, pur essendo realizzate per scopi “effimeri” come la pubblicazione su una rivista, erano comunque interpretate dai fotografi e dall’editore come opere d’arte a tutti gli effetti, tanto che molti degli scatti sono montati su un supporto, stampati e firmati con cura dagli autori.

È ancora Matthieu Humery a spiegare: “In un’epoca in cui ogni minuto vengono creati milioni di immagini, condivise poi all’istante, ‘CHRONORAMA’ riveste un ruolo di trasmissione all’attuale e alle future generazioni di grande importanza. La mostra presentata dalla Pinault Collection è incentrata sulla prolificità della cultura fotografica del secolo scorso, pri3. ma dell’avvento della tecnologia digitale. Ridestandoci da un sogno bizzarro con la sensazione di aver attraversato il tempo, nello spazio di una notte o di un singolo istante, dopo aver visto e vissuto un’avventura epica, spaziando in epoche diverse, ci troviamo faccia a faccia con questo immenso flusso di immagini, una visione caleidoscopica di un viaggio in tempi ormai passati”.

La storia della mostra veneziana è, in ultima analisi, la storia di come un archivio editoriale possa rivelarsi una fonte assai più ricca e preziosa di quanto sia lecito aspettarsi a prima vista: e il recupero dei tesori in esso contenuto consente la riscoperta di opere d’arte capaci di comporre pienamente il ritratto di un’epoca e di consegnarla, magicamente intatta, allo sguardo delle nuove generazioni.
Immagini
1. George Wolfe Plank, Woman standing in yellow ruffle gown with large white collar, 1917 © Condé Nast.
2. Irving Penn, Lisa Fonssagrives-Penn lying in a field of grass, reading Gertrude Stein’s Picasso book, 1952, Vogue © Condé Nast.
3. Franco Rubartelli, Veruschka with head surrounded by circles of braided gold hair, Egypt, 1967, Vogue © Condé Nast.
4. Harry Benson, Singer Eric Mercury, 1970, Vogue © Condé Nast.
5. Jack Robinson, Actress and Singer Melba Moore, 1971, Vogue © Condé Nast.
