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Intervista a Massimo Osanna

Categoria: Progetti

Categoria: Progetti

Anno: 2025

Il tesoro nascosto del Museo Archeologico Nazionale di Napoli emerge dal buio dei depositi grazie al digitale. Una rivoluzione silenziosa sta trasformando il MANN. Trentamila reperti tornano alla luce attraverso le nuove tecnologie: storie mai raccontate e oggetti invisibili al pubblico. Stefano Paolo Giussani intervista il professor Massimo Osanna, Direttore Generale Musei del Ministero della Cultura.

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Una rivoluzione silenziosa sta trasformando il Museo Archeologico Nazionale di Napoli: 30mila reperti tornano alla luce attraverso le nuove tecnologie

Quando visitiamo un museo, crediamo di vedere tutto il meglio che quella istituzione possa offrire. In realtà, stiamo osservando appena la punta di un iceberg culturale immenso. Gli esperti stimano che mediamente solo il 5-10% delle collezioni museali sia esposto al pubblico, mentre tutto il resto riposa nei magazzini: capolavori dimenticati, reperti mai studiati approfonditamente, opere che attendono da decenni un’analisi scientifica accurata o semplicemente uno spazio espositivo disponibile.
Nei sotterranei del Museo Archeologico Nazionale di Napoli è in corso una piccola rivoluzione per cambiare questo paradigma. Trentamila reperti – bronzi, terrecotte, affreschi e mosaici – che per decenni hanno riposato nell’ombra dei magazzini stanno ora vivendo una seconda vita grazie a un ambizioso progetto di digitalizzazione finanziato dal PNRR.

Massimo Osanna, Direttore Generale Musei del Ministero della Cultura

Il paradosso dei depositi: storie straordinarie nell’invisibilità

“I depositi del MANN sono un vero e proprio giacimento di storie ancora da raccontare”, spiega il professor Massimo Osanna, Direttore Generale Musei del Ministero della Cultura. “Una delle scoperte più sorprendenti è stata rinvenire oggetti di straordinaria qualità artistica e documentaria che non erano mai stati esposti, né adeguatamente studiati”.
Tra questi tesori nascosti emergono storie che superano la fantasia: le lastre affrescate della cosiddetta “Tomba del Cavaliere di Paestum”, un tempo nella collezione privata di Maria Callas, o la farmacia napoletana dove i debiti venivano saldati con reperti archeologici in cambio di sostanze psicotrope. “È grazie alla sistematizzazione digitale che abbiamo potuto iniziare a ricostruire contesti, riconnettere frammenti e, in alcuni casi, identificare opere menzionate nei diari di scavo del Settecento e Ottocento”, precisa Osanna.

Tecnologia d’avanguardia per l’antico

Il progetto, realizzato in partnership con l’Associazione temporanea di imprese composta da CNS, Rear e Mida Digit del Gruppo Panini Cultura, utilizza tecnologie capaci di garantire una risoluzione fino a 4000 ppi. L’impiego di luci flash professionali, softbox e whitebox restituisce con precisione millimetrica la matericità e la raffinatezza della lavorazione artigianale di manufatti creati millenni fa.
“Siamo nel mezzo di una transizione in cui tutte le dinamiche della dimensione fisica si stanno trasferendo nel mondo digitale”, osserva Luca Panini, Co-founder del Gruppo Panini Cultura. “Ci dobbiamo preoccupare di conservare i beni culturali digitali nella stessa maniera in cui conserviamo i beni culturali fisici”.

La sfida curatoriale: cosa far emergere dall’invisibilità

Ma come si decide cosa far uscire dall’ombra? “È una decisione complessa, perché ogni oggetto ha un potenziale narrativo”, riflette Osanna. “Il criterio principale è la capacità dell’opera di parlare al presente, di creare un ponte tra l’antico e il contemporaneo”.
Spesso sono gli oggetti più “normali” a rivelarsi i più eloquenti: “Mi colpiscono sempre molto gli oggetti di uso quotidiano provenienti dagli scavi di Pompei, come gli scaldavivande in bronzo capaci di portare con loro l’impronta silenziosa della quotidianità e della dimensione umana delle città antiche”.
La digitalizzazione offre nuove possibilità: “Non tutto può essere esposto fisicamente, ma molto può essere reso accessibile attraverso percorsi virtuali, cataloghi interattivi, visori immersivi”. Strumenti come l’intelligenza artificiale stanno aprendo prospettive inedite per risolvere misteri antichi legati agli scavi borbonici del Settecento e Ottocento, quando “la documentazione era spesso lacunosa e mancava un metodo di indagine scientifico”.

Il futuro: hub culturale diffuso

Osanna ha una visione chiara: “Vorrei un MANN che fosse un hub culturale diffuso, in dialogo costante con le scuole e con le periferie urbane, connesso in tempo reale con scavi, archivi e territorio, in un ecosistema integrato tra dimensione digitale e fisica”.
La digitalizzazione aiuta anche nella gestione dei prestiti internazionali: “Modelli 3D, scansioni ad altissima risoluzione, ologrammi possono sostituire l’oggetto fisico in esposizione quando questo non può viaggiare per fragilità. Non è la stessa cosa, ma è uno strumento potente per la condivisione del patrimonio”.

Nonostante l’entusiasmo per il digitale, Osanna mantiene salda una convinzione: “Il museo fisico rimarrà centrale. Nulla potrà mai sostituire l’emozione di trovarsi di fronte a un oggetto autentico, alla sua materialità. Il digitale può amplificare, democratizzare, rendere più accessibile, ma il museo reale è un luogo d’incontro, dialogo e contemplazione“.

Una prospettiva audace: quando la digitalizzazione genera valore economico

Ma c’è un aspetto ancora più provocatorio da considerare. Una digitalizzazione sistematica e scientificamente rigorosa potrebbe aprire scenari inediti anche dal punto di vista economico-gestionale. Opere accuratamente documentate, studiate e catalogate digitalmente potrebbero diventare candidate ideali per prestiti temporanei a musei di tutto il mondo, generando introiti preziosi per le istituzioni che li custodiscono.

Può sembrare una provocazione, ma molti musei italiani faticano a quadrare i bilanci. La possibilità di valorizzare economicamente – attraverso prestiti oculati e temporanei – reperti che altrimenti rimarrebbero per sempre nei depositi rappresenta una strada da esplorare, sempre nel rispetto della conservazione e della dignità culturale dei beni.

La digitalizzazione, in questo senso, non è solo democratizzazione dell’accesso alla cultura, ma anche strumento per una gestione più consapevole e strategica del patrimonio. Come osserva Osanna: “Il MANN è oggi aperto alla città, è un interlocutore culturale e sociale. E continuerà a evolvere, perché la sua vera forza è la capacità di cambiare restando fedele alla propria identità”.
In fondo, non è forse questo il compito più nobile di un museo: fare in modo che la bellezza e la conoscenza del passato possano illuminare il presente e ispirare il futuro di tutti, garantendo al contempo la propria sostenibilità per le generazioni future?