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Categoria: Storie

Anno: 2024

Elena Franchi ci descrive la reazione dei curatori dei patrimoni artistici. La volontà di raccontare la storia del furto e l’adozione di soluzioni alternative all’opera originale.

Il furto è, da tempo, il reato più frequente nell’ambito dei beni culturali e può diventare un macigno per l’immagine di un museo. È quindi interessante vedere come un museo, una collezione o una chiesa da cui siano state sottratte opere d’arte abbiano deciso di comunicare la storia di un furto, lasciando parlare le cornici vuote o sostituendo l’opera scomparsa con una sua riproduzione ad  alta definizione.

Sulle pareti dell’Isabella Stewart Gardner Museum di Boston in Massachusetts campeggiano delle cornici vuote. Sono lì per ricordare la rapina subita il 18 marzo 1990, nella notte di San Patrizio, quando due uomini vestiti da agenti di polizia riuscirono a introdursi nel museo con la scusa di aver ricevuto notizie di disordini in corso. Mentre la gente festeggiava per strada, i due rapinatori legarono le guardie e in 81 minuti (un tempo infinito per un furto) riuscirono a rubare 13 opere per un valore stimato intorno ai 500 milioni di dollari.

Le opere non sono state ancora ritrovate. Il museo era dotato di un rilevatore di movimenti che registrò quelli dei rapinatori. Dalla Sala olandese furono sottratti il Cristo nella tempesta sul mare di Galilea e un Ritratto di dama e gentiluomo in nero di Rembrandt, il Concerto di Vermeer, un Paesaggio con obelisco di Govaert Flinck (già attribuito a Rembrandt) e un antico bronzo cinese, meno prezioso di altri oggetti esposti nel museo. Da altre sale furono asportati cinque disegni di Degas, Chez Tortoni di Manet e il Napoleonic Finial, il puntale a forma di aquila dell’asta di una bandiera napoleonica.

Una cornice vuota ha un impatto molto forte, introduce una cesura nella narrazione, stimola la curiosità, spinge ad avvicinarsi e a indagare. Indica un vuoto, un’assenza: qui c’erano le opere rubate e qui devono tornare. L’Isabella Stewart Gardner Museum ha saputo comunicare una notizia negativa nel migliore dei modi, trasformando la rapina nell’occasione per raccontare la storia delle opere e diffonderne la conoscenza per facilitarne il recupero. Il sito del museo presenta infatti una sezione particolare: “Theft”, che si apre con l’offerta di una taglia di 10 milioni di dollari (inizialmente era di 5 milioni), per avere informazioni utili al recupero delle opere. Ulteriori 100.000 dollari sono offerti per un singolo oggetto, il Napoleonic Finial. Chiunque abbia notizie utili a recuperare le opere è invitato a contattare il museo che garantisce la massima discrezione.

Le opere rubate sono presentate singolarmente, con i dati tecnici, la descrizione, la provenienza, il commento e la relativa bibliografia. La notte della rapina, invece, è raccontata direttamente dal responsabile della sicurezza del museo e investigatore capo, Anthony Amore, che ci ricorda come il furto di beni culturali non sia solo una perdita per un museo, ma lo sia anche per tutti i visitatori. La sua voce ci guida sulle tracce dei rapinatori evidenziando le incongruenze del furto; la narrazione è sottolineata da effetti sonori, come il rumore delle onde davanti alla cornice vuota del Cristo nella tempesta sul mare di Galilea, o quello del clavicembalo e dei vetri infranti davanti alla cornice del Concerto di Vermeer.

Il sito presenta anche l’interpretazione che ha dato della rapina un’artista contemporanea, Sophie Calle, raccogliendo le testimonianze di conservatori, custodi e pubblico, per stimolare una riflessione sull’assenza, sulla memoria e sul potere emozionale dell’arte.

L’Isabella Stewart Gardner Museum non è l’unico museo ad aver deciso di lasciare le cornici vuote alle pareti, ma sicuramente rappresenta il caso più famoso. Lo aveva fatto anche il Westfries Museum di Hoorn, presso Amsterdam, quando nel 2005 vennero rubati 24 dipinti, decine di oggetti d’argento e porcellane, finiti in mano ai servizi segreti ucraini. Il museo allestì un’intera sala con le cornici vuote appese alle pareti e il direttore lanciò un appello televisivo per aumentare la pressione sulle autorità ucraine: non si trattava di opere da cui ricavare un lauto guadagno, ma di beni strettamente legati al territorio e alla sua storia, parte integrante del patrimonio culturale olandese. Dal 1° gennaio 2023 il museo è chiuso per importanti lavori di ristrutturazione. Nel 2016 erano state recuperate cinque opere pesantemente danneggiate e restaurate grazie a una campagna di crowdfunding. Le altre opere non sono state ancora ritrovate.

Così come non è stata ancora ritrovata la Natività con i Santi Lorenzo e Francesco di Caravaggio rubata nella notte fra il 17 e il 18 ottobre 1969 dall’Oratorio di San Lorenzo a Palermo. Oggetto di molte ricerche, libri, documentari, rappresentazioni teatrali e cinematografiche, si tratta di uno dei furti d’arte più importanti a livello internazionale. Sotto una pioggia battente, i ladri erano riusciti a introdursi senza troppa difficoltà all’interno dell’Oratorio, avevano tagliato la tela con un coltello, l’avevano arrotolata e portata via con un furgone.

In collaborazione con il Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale, del furto si occupò anche la Commissione antimafia istituita nel 2013 e presieduta da Rosy Bindi. In molte inchieste giudiziarie era infatti emerso che la criminalità organizzata di tipo mafioso era spesso implicata nell’aggressione al patrimonio culturale della nazione e nel traffico illecito di oggetti d’arte.

Nel corso dei processi per mafia, nelle rivelazioni dei pentiti riemergeva ciclicamente la vicenda del furto del Caravaggio, con versioni differenti: la tela era stata lacerata al momento del furto; sepolta insieme alla droga; trasferita in Irpinia e distrutta nel terremoto del 1980; ancora in possesso della mafia, che la esponeva durante le riunioni come segno di potere; distrutta perché invendibile o nascosta in una stalla e mangiata da topi e maiali. Secondo quanto dichiarato dal collaboratore di giustizia Giovanni Brusca, la mafia aveva cercato di trattare con lo Stato italiano per modificare il 41bis, l’articolo di legge che impone ai mafiosi il carcere duro, offrendo in cambio opere d’arte trafugate, fra cui il dipinto di Caravaggio. Fra le varie versioni circolava anche quella per cui il dipinto era stato trasferito all’estero, verosimilmente in Svizzera, dove l’opera sarebbe stata divisa in più parti per renderne più difficile il riconoscimento e massimizzare i proventi derivanti dalla vendita delle varie sezioni sul mercato clandestino internazionale.

L’Oratorio di San Lorenzo, arricchito dagli stucchi di Giacomo Serpotta, è ancora privo della Natività di Caravaggio. Ma in questo caso, invece di lasciare la pesante testimonianza della cornice vuota, nel 2015 è stata collocata al suo posto una riproduzione ad alta definizione della tela, realizzata da una ditta specializzata di Madrid su progetto di Sky Arte, per cercare di ricreare l’impatto estetico dell’opera all’interno dell’Oratorio.

La difficoltà di riprodurre un’opera in assenza dell’originale è stata affrontata raccogliendo dati sulla tecnica esecutiva di Caravaggio e analizzando vecchie diapositive, fotografie e le scansioni eseguite sulle opere del pittore a San Luigi dei Francesi a Roma, per individuare valori cromatici presumibilmente vicini a quelli di Palermo.

A questo punto possiamo fare alcune considerazioni. Può una riproduzione, anche se ad alta definizione, competere con la presenza dell’opera originale? Ovviamente no. Può però essere utile, in questo caso, per dare un’idea di come doveva essere la tela inserita nel suo contesto e per raccontare la storia di un furto, nell’attesa che le opere rubate tornino a rallegrare le loro cornici vuote. Perché noi ci speriamo ancora.