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I parametri chiave e il metodo

Categoria: Esperienze

Autore: Gemma Torre

Anno: 2022

Scopri come stimare il valore del tuo patrimonio archivistico! Gemma Torre ci guida attraverso la valutazione di documenti storici, esplorando sia il loro valore materiale che immateriale, e discutendo parametri chiave come autenticità e conservazione. È un tema complesso, ma essenziale per chi possiede archivi di valore.

Il tema del commercio di Beni Culturali è stato affrontato già da tempo da diversi studi e articoli scientifici mentre, pare ancora poco approfondito nel settore archivistico. Per esempio, a livello accademico, non è stata ancora realmente affrontata la definizione del valore economico per il materiale documentario. Ad eccezione delle indicazioni sulla quantificazione economica di un metro lineare, a cui si accenna anche in quest’articolo, molti altri aspetti sono stati meno approfonditi. Dati i vari elementi e attori in gioco in una possibile compravendita vediamo in primis il punto di vista di un possessore di documentazione archivistica che può decidere per diversi motivi di mettere in vendita il proprio patrimonio.

L’accessibilità dei “pezzi di carta”

Prima di tutto è necessaria un’analisi dell’oggetto che può essere venduto sul mercato o messo all’asta. La presenza di documenti d’archivio nei cataloghi delle case d’asta o nei siti di e-commerce, induce ad alcune riflessioni. Infatti, cartoline, lettere autografe e fotografie storiche sono particolarmente diffuse nel mercato per la loro tipologia di pezzi di carta, facilmente trasferibili e generalmente accessibili. Questa caratteristica di accessibilità è da intender si principalmente come un aspetto molto pratico: la semplicità nel processo commerciale. Ad esempio, un diario o un diploma può essere scansionato con relativa facilità, postato su un sito di e-commerce e spedito con disinvoltura tramite corriere. Questo processo risulterebbe sicuramente più complesso per altre tipologie di oggetti artistici, come un arazzo o una statua di marmo.

Così la documentazione storica, nella qualità di bene tangibile, mostra l’attitudine di essere un oggetto vendibile e acquistabile sul mercato, più di quanto si pensi. Eppure questi oggetti sono desiderati e cercati sul mercato non solo per il loro aspetto materiale, tangibile ed economico, bensì maggiormente per il loro valore intangibile, quale la crescita intellettuale e le emozioni estetiche che sono difficili da quantificare1. In altre parole, sappiamo che i beni culturali hanno un valore economico e un valore culturale, ossia l’insieme di molti fattori quali la bellezza, la spiritualità, la storicità e gli elementi simbolici. Dunque, questo complesso di caratteristiche intrinseche in ogni bene culturale è la causa della difficoltà nella definizione della sua rilevanza economica.

Calcolare il valore degli archivi

In generale, la valutazione di un bene culturale tiene in considerazione: la paternità, l’autenticità e lo stato di conservazione. Molti studi fanno riferimento al decreto del Ministero dell’Economia e delle Finanze emanato il 18 aprile 2002 che stabilisce i criteri per poter calcolare il valore patrimoniale, fra gli altri beni, anche degli archivi.

Specificatamente ai beni archivistici e bibliografici, un parametro adottato per quantificare il valore di un documento è quello di misurare la sua consistenza sugli scaffali. Precisando che uno scaffale per gli archivi corrisponde solitamente a un metro lineare, si attribuisce la stima di circa 5000 € a scaffale (o ml). Tale parametro è riconosciuto a livello internazionale dal Consiglio Internazionale degli Archivi.

A mio avviso, questo parametro è da ritenersi parziale e deve essere considerato solo come base per una riflessione più approfondita.

Per la valutazione degli archivi, dunque, si può ipotizzare una “formula” che tenga in considerazione 4 parametri affidando loro un punteggio e conseguentemente un valore economico.

1 – Rilevanza per la ricerca storica
2 – Autenticità e pregio del materiale
3 – Stato di conservazione
4 – Stato di completezza

Il punteggio può essere attribuito, così come avviene nel mercato dell’arte dai commercianti e storici dell’arte, grazie all’esperienza – in questo caso degli archivisti e commercianti del settore – e alla comparazione con altri pezzi simili. Il risultato di un processo valutativo di questo tipo, rappresenta un insieme di scelte molto delicate ma ha il grande pregio di superare la difficoltà maggiore nella valutazione: considerare l’archivio un unicum.

Andare al mercato…

Per un quadro completo sulla vendita di documenti d’archivio bisogna tenere in considerazione le motivazioni di chi vende. Come chiarisce il professore Salvatore Lorusso gli elementi che influenzano la dispersione di una collezione sono definiti con le tre “D”: Death, Debt e Departure. A mio avviso, l’aspetto più delicato di questo tema è la scelta del venditore di immettere nel mercato il proprio archivio per intero o, più frequentemente, di  optare per vendere solo alcune singole carte. Questi “pezzi” vengono così ad essere completamente estrapolati dal loro contesto generando la rottura dei legami fondamentali per la sua comprensione.

Strizzando l’occhio a un possibile acquirente, il venditore potrebbe scegliere di selezionare solo i pezzi che pensa possano essere più appetibili per il suo aspetto figurativo. Qui entra in gioco la diplomatistica e l’attenzione alla forma in cui è stato redatto un documento: un diploma con una particolare grafia sontuosa è più attraente di un libro di conti. Ma per altri gusti, le fatture con carta intestata possono risultare più “preziose” di una fotografia autografata da una diva degli anni Cinquanta. Considerando la varietà delle tipologie d’archivio sicuramente si potrebbero accontentare tutti i gusti.

Uno spunto su cui riflettere

In conclusione, dal un punto di vista dei venditori si può prendere in considerazione anche l’attività del deaccessioning2, in uso specialmente nel contesto anglosassone. Per chiarire questo concetto, si intende con de-accessioning la possibilità di lasciar uscire dall’archivio, attraverso una restituzione, donazione o vendita, documenti che non sono pertinenti e rilevanti con l’obiettivo e l’oggetto dell’archivio in cui si conservano. L’esempio più pratico sono le copie e fotocopie che non sono rilevanti per la conservazione a lungo termine e possono essere quindi scartate. Vi è così la possibilità che questo tipo di materiale non venga cestinato ma immesso nel mercato dell’arte. Ovviamente questa possibilità è subordinata a tutti quei parametri e vincoli di legalità e quindi non riferiti a documentazione di ordine pubblico che ha invece delle normative definite per lo scarto archivistico.

Sebbene la vendita sia sempre l’ultima ipotesi nella gestione di questi documenti, potrebbe svelare qualche vantaggio. Un esempio potrebbe essere quello di attivare fundraising per l’istituto stesso, mettendo in vendita francobolli, depliant o fotocopie non strettamente rilevanti per il contenuto dell’archivio o che esulano dall’oggetto principale della documentazione conservata in un determinato istituto.

Ora si intravedono i profili degli acquirenti pronti al di là della vetrina e ne parleremo nel prossimo articolo.

1 LORUSSO SALVATORE, MATTEUCCI CHIARA, NATALI ANDREA, Il mercato dell’arte e le case d’asta. Valutazione diagnsotico-analitica e economico-finanziaria. L’autentico, il falso, il riprodotto nel settore dei beni culturali, Bologna: Pitagora 2010. 
2 D. PURCELL AARON, Academic Archives: Managing the Next Generation of College and University Archives, Records, and Special Collections, Chicago: Neal-Schuman 2012 e DOYLEN MICHAEL, Experiments in deaccessioning: archives and on-line auctions, in The American archivist, vol. 64 200.