Autore: Monica Nanetti
Anno: 2024
Nel 2024 è stato celebrato il bicentenario del Museo Egizio. Il più antico museo del mondo dedicato alla cultura egizia e il secondo, per importanza. Ma perché proprio a Torino? Tra esplorazioni in Egitto, dispute internazionali e viaggi avventurosi, la storia del museo è affascinante quanto i suoi reperti! Monica Nanetti ci svela il legame profondo tra Torino e l’antico Egitto.

Tra i molti anniversari che hanno segnato il 2024, a Torino se ne è registrato uno particolarmente significativo: quello del bicentenario della fondazione del Museo Egizio, vera e propria celebrità cittadina. Due secoli di storia che rendono questa istituzione il più antico museo del mondo dedicato alla cultura egizia, e il secondo per importanza dopo quello del Cairo.
La domanda che sorge più immediata, a questo punto, è: ma perché proprio a Torino? Che cosa lega da duecento anni la città sabauda all’antico Egitto?
Le vicende legate alla nascita del Museo Egizio di Torino sono complesse e affascinanti, capaci di mettere in luce mode e passioni culturali della prima metà dell’Ottocento e al tempo stesso di portare alla ribalta personaggi decisamente peculiari. Tutto nasce da una raccolta: per la precisione dalla vastissima collezione privata di Bernardino Drovetti, console di Francia in Egitto e singolare individuo “avventuroso e cinico, scaltro ed erudito” (così lo definisce Giorgio Caponetti nel suo romanzo “Drovetti l’Egizio” pubblicato un paio di anni fa).
Nato a Barbania nel 1776, Bernardino Michele Maria Drovetti si laureò in Legge a diciotto anni presso la Regia Università di Torino. La sua carriera in ambito legale durò però molto poco: dopo soli due anni Drovetti si arruolò nell’esercito francese, iniziando una rapida ascesa che, dopo le due Campagne d’Italia del 1979 e del 1800, gli aprì le porte della carriera diplomatica al servizio di Napoleone Bonaparte.
Fu così che il ventiseienne piemontese si trovò nominato “sottocommissario alle relazioni commerciali” per la Francia ad Alessandria d’Egitto, nel 1802. Anni di forti tensioni politico economiche in cui Drovetti – nominato nel frattempo da Napoleone “Console Generale d’Egitto” – riuscì a muoversi con grandissima abilità, contribuendo alla nascita e allo sviluppo dell’Egitto moderno. In quello stesso periodo, una serie di viaggi lo portarono a conoscere le zone più interne del Paese: tra il 1806 e il 1807 Drovetti compì un primo viaggio
alle “Grandi piramidi” di El-Giza, accompagnando François-René de Chateaubriand e visitando insieme a lui anche “altri luoghi curiosi”.
Nel 1811, al seguito del colonnello Vincent Boutin inviato da Napoleone a controllare la situazione del paese, è la volta del suo primo viaggio nell’Alto Egitto, lungo la valle del Nilo. È la nascita di una grande passione; e anche nel 1814, quando con la caduta di Napoleone perde il suo incarico diplomatico, Drovetti decide di rimanere in Egitto e di dedicarsi ai viaggi di esplorazione, occupandosi sia di aspetti scientifici (insieme a mineralogisti e geografi) sia, soprattutto, di ricerche e studi in ambito archeologico. La prima campagna di scavi, tra il 1816 e il 1823, riguarda la zona tebana con i grandi templi di Karnak e Luxor e le necropoli ad ovest del Nilo; nei due anni successivi gli scavi si spostano nel Fajium e a Tanis, nel Basso Egitto. Con il risultato che in pochi anni Drovetti recupera, a sue spese, una notevole quantità di antichità del periodo faraonico: statue, steli, mummie, papiri e vari oggetti di uso quotidiano.
È questo il corpus iniziale da cui una decina di anni dopo prese vita il Museo Egizio di Torino. Anche se le cose non si svolsero in maniera troppo pacifica né lineare. C’è da tenere presente che, in quegli anni tra fine Settecento e inizio Ottocento (complice anche la presenza napoleonica), l’Egitto era diventato di grandissima moda in tutta Europa, influenzando gusto, arte, architettura: un secolo di “Egittomania” che scatenò la passione per il collezionismo di reperti egizi e una vera e propria “corsa allo scavo” da parte dei principali Paesi.
Una raccolta prestigiosa come quella di Drovetti non poteva certo passare inosservata: tanto più che lo stesso diplomatico si trovava nella condizione di doverla cedere per rientrare delle ingenti spese sostenute durante le sue ricerche archeologiche. A muoversi per primi furono i francesi, che inviarono il conte Auguste de Forbin, direttore dei Musei Reali di Francia, per trattare l’acquisto della collezione. Un’operazione a cui si oppose l’Italia, a seguito delle segnalazioni del viaggiatore piemontese Carlo Vidua di passaggio in Egitto, che scrisse allarmato al conte Prospero Balbo descrivendo la collezione Drovetti come “la più copiosa e la più ricca raccolta di antichità (…), pensando alla rarità e al merito di questa Collezione affinché il Piemonte non sia defraudato da un museo riunito da un Piemontese”.
Lo Stato sabaudo, insomma, non poteva accettare che la raccolta andasse venduta alla rivale Francia; in più, vedeva nell’acquisizione della collezione l’occasione per il Piemonte di arricchirsi dal punto di vista culturale e “turistico”, dal momento che questi preziosi reperti dell’antico Egitto avrebbero potuto attirare a Torino molti “forestieri istruiti”. Così, dopo lunghe e delicate trattative, il 24 gennaio 1824 venne siglato l’accordo di acquisizione tra Drovetti e re Carlo Felice per un prezzo complessivo di 400.000 lire (stimabile intorno a 1,6 milioni di euro attuali), sancendo la nascita del primo nucleo dell’attuale istituzione torinese.
I problemi, però, erano solo all’inizio. Il passo successivo fu quello del trasporto a Torino dei 5.628 reperti, operazione eccezionale e complicatissima per una quantità di motivi organizzativi: dai tempi di viaggio alle condizioni delle linee di comunicazione, dalle difficoltà burocratiche all’indisponibilità degli utensili necessari a caricare e scaricare i reperti, spesso di notevolissimo peso e di grandi dimensioni. Spedita via mare fino a Livorno e da qui a Genova, la collezione rimase poi bloccata a lungo per la difficoltà a reperire i molti cavalli necessari per il trasporto via terra fino a Torino; una situazione risolta solo con l’intervento di un ufficiale di artiglieria, il colonnello conte Casazza, che accettò di fornire gli animali e i carri militari necessari. Non furono d’aiuto neppure le disastrate condizioni delle strade: nell’ottobre 1824 fu persino necessario costruire appositamente un ponte di barche sulla Bormida per ovviare alla rottura del ponte stradale su cui doveva transitare il pesante carico.

Una sala del Museo Egizio di Torino
Nel frattempo, a Torino, altre polemiche avevano a oggetto la sede del futuro museo. Alla fine fu stabilito che si sarebbe utilizzato il palazzo seicentesco costruito su disegno di Michelangelo Garove come scuola dei Gesuiti, noto come Collegio dei Nobili (edificio che, ripetutamente ristrutturato e risistemato nel corso degli anni, ospita ancora oggi l’istituzione) e fu nominato “conservatore” (cioè direttore) del nascente museo lo studioso piemontese Giulio Cordero di San Quintino.
Ma furono soprattutto l’allestimento e le tecniche di conservazione a creare le discussioni più accese e le battaglie più feroci: cosa facile da immaginare, dal momento che la straordinaria collezione attrasse subito l’interesse dei più eminenti studiosi dell’epoca. Tra questi il più appassionato era una sorta di superstar: l’egittologo e archeologo francese Jean François Champollion, celebre per essere stato colui che nel 1822, forte anche di un’approfondita conoscenza del copto, aveva decifrato per primo i geroglifici e tradotto la Stele di Rosetta.
Un entusiasmo, quello di Champollion, che travalicava lo studio dei singoli reperti e si estendeva alla gestione dell’intero museo, con interventi decisamente sgraditi al direttore in carica. Dell’accesa polemica che ne derivò si ha testimonianza diretta grazie a due lettere del 1824 dello stesso Champollion, conservate presso l’Archivio di Stato di Torino e consultabili anche online (https://archiviodistatotorino.beniculturali.it/). Nella prima di esse, Champollion fornisce il suo parere in merito a quelle che secondo lui erano le migliori tecniche e modalità di conservazione dei papiri, delle mummie e degli altri reperti, arrivando a presentare una sua proposta di allestimento razionale e scientifico della collezione Drovetti all’interno delle sale del Collegio dei Nobili, al fine di trasformare quello che secondo lui era poco più che disordinato un magazzino di oggetti egizi in un vero e proprio museo.
Facile comprendere come Giulio Cordero di San Quintino non accolse favorevolmente le ingerenze dell’egittologo francese. L’ostilità tra i due è mostrata chiaramente dalla seconda lettera, di un paio di mesi successiva: in essa Champollion lamenta l’assoluta mancanza di collaborazione manifestata dal direttore, sottolineando la necessità di avere a disposizione i reperti del museo in maniera continuativa per poterli studiare con la dovuta attenzione e giungendo a chiedere perfino l’autorizzazione, se necessario, di poterli portare a casa; richieste a fronte delle quali Cordero di San Quintino aveva deciso invece di limitare molto il tempo di permanenza quotidiana del rivale in Museo e di negare qualsiasi permesso speciale da lui richiesto. Nonostante le discussioni e le liti, Champollion non potè comunque prescindere dalla rilevanza del materiale della collezione Drovetti, e trascorse comunque a Torino un lungo periodo di studi.

La prima lettera di Champollion.
La primissima fase della vita del Museo Egizio di Torino si chiude qui, ma non le vicende che ne hanno accompagnato lo sviluppo nei successivi due secoli. Tra il 1903 e il 1937 gli scavi archeologici condotti in Egitto prima da Ernesto Schiaparelli e poi da Giulio Farina portarono a Torino circa 30.000 reperti. Il Museo ebbe una prima risistemazione delle sale nel 1908 e una seconda, più importante, nel 1924, con la visita ufficiale del Re. A tal proposito, per sopperire alla mancanza di spazio, Schiaparelli ristrutturò la nuova ala del Museo (chiamata poi Ala Schiaparelli), nella quale espose reperti provenienti da Assiut e Gebelein. Ulteriori ristrutturazioni e adattamenti seguirono anche negli anni successivi; tra questi, particolarmente importante fu l’opera di ricomposizione del tempietto rupestre di Ellesiya (la cui struttura fu tagliata in 66 blocchi per il trasferimento a Torino) che fu donato nel 1970 dal Governo Egiziano in riconoscimento dell’aiuto italiano nel salvataggio dei templi nubiani minacciati dalle acque della diga di Assuan.
Si arriva così ai giorni nostri, con caratteristiche e numeri che spiegano pienamente il prestigio dell’istituzione: oltre 1 milione di visitatori nel 2023; 40 mila reperti custoditi, di cui 12 mila esposti sui 4 piani del Museo con sfingi, statue colossali (tra cui quella di Sethi II del peso di 5 tonnellate), minuscoli amuleti, sarcofagi che raccontano quasi 4000 anni di storia antica. Tra i reperti più celebri ci sono il Papiro dei Re (noto all’estero come la Turin King List, l’unica lista giunta fino a noi che ricostruisce il susseguirsi dei faraoni, scritta a mano su papiro), e il Papiro delle Miniere, una delle più antiche carte geografiche conosciute. E ancora, sculture come la statua del sacerdote Anen, quella di Ramesse II, quella della cosiddetta Iside di Copto, il ricco corredo funebre di Kha, sovrintendente alla costruzione delle tombe dei faraoni e innumerevoli altri straordinari ritrovamenti dal passato. Una realtà che porta benissimo i suoi 200 anni di vita e che continua ad arricchirsi e a sviluppare progetti per il futuro; d’altro canto, proprio Jean-François Champollion arrivò a dichiarare (anche se forse a denti stretti, considerati i suoi rapporti con la direzione): “La strada per Menfi e Tebe passa da Torino.”
In occasione dei 200 anni del museo, Franco Cosimo Panini Editore ha pubblicato il volume “La memoria è il nostro futuro. 200 anni di Museo Egizio”, a cura del direttore Christian Greco, che rappresenta la pubblicazione ufficiale del bicentenario e offre un ampio sguardo su tutto ciò che ruota attorno all’istituzione torinese.
