L’articolo di Monica Nanetti racconta la storia dell’Archivio Storico Minerario di Monteponi, un patrimonio documentario che conserva e restituisce la memoria industriale, sociale e culturale della Sardegna mineraria.
Tra documenti, mappe, fotografie e materiali d’impresa, l’archivio diventa una nuova miniera di informazioni, capace di riportare alla luce la storia di un intero territorio.
Per chi si accinge a conoscerla, la Sardegna è una specie di matrioska: ogni volta che si crede di averne afferrato l’essenza, il carattere principale, il tema identitario, immediatamente ci si rende conto che dietro quello specifico elemento se ne cela almeno un altro. Si aprono così di volta in volta nuovi orizzonti, totalmente diversi dai precedenti ma altrettanto ampi e altrettanto capaci di interessare, arricchire, affascinare; e soprattutto capaci di fornire un profilo ben più complesso e articolato di questa terra, delle sue genti e della sua cultura. C’è, ovviamente, la Sardegna balneare, con il suo mare cristallino, le sue spiagge, le sue cale, le sue destinazioni turistiche più o meno note che la rendono un paradiso delle vacanze. Ma basta allargare il punto di vista per scoprirne molte altre: c’è ad esempio la Sardegna dei territori interni, fatta di produzioni tipiche e tradizioni rurali tuttora orgogliosamente portate avanti con competenza. C’è la Sardegna archeologica, con il suo patrimonio di innumerevoli reperti di una straordinaria, remota e ancora per molti versi misteriosa civiltà.
E c’è anche una Sardegna proto-industriale, che in alcune zone si è resa protagonista di una eccezionale parabola durata secoli, della cui esistenza sono oggi rimaste spettacolari tracce e testimonianze: che raccontano il passato, che contribuiscono a spiegarne il presente e che, in prospettiva, si pongono come riferimenti per il futuro.
La zona è quella dell’Iglesiente-Guspinese: qui, fin dall’antichità, l’attività mineraria era una componente fondamentale: minerali e metalli venivano estratti dal sottosuolo già a partire dall’età nuragica (1500-800 a.C.), per proseguire poi per tutto il corso dei secoli successivi. Ma è soprattutto nella seconda metà dell’Ottocento, con l’avvento dell’era industriale e il conseguente forte aumento nella richiesta di metalli, che le miniere sarde cominciarono un’epoca di enorme sviluppo. Dal 1865 iniziarono le aperture delle grandi strutture di Monteponi, San Giovanni, Nebida, Masua, Ingortosu, Montevecchio, attorno alle quali vennero realizzati anche grandi impianti a supporto: scavo di pozzi, gallerie, laverie, fonderie e costruzione di servizi vari.

1. Laveria meccanica del piombo nella miniera di Monteponi(incisione, Monneret, 1894).
Alla fine dell’Ottocento la Sardegna forniva all’Italia la maggior parte del fabbisogno di metalli, con la quasi totalità dei metalli di piombo (98,7%) e di zinco (85%). Un’attività che, intervallata da alcuni periodi di difficoltà, proseguì e si sviluppò ulteriormente fino alla metà del secolo scorso. Verso la fine degli anni Cinquanta, però, la concorrenza del mercato minerario internazionale mise rapidamente in difficoltà le imprese sarde: nel corso degli anni Sessanta le società a capitale privato cessarono le attività, lasciando a Stato e Regioni il compito di sostenere un’industria ormai sempre più compromessa. Tanto da portare alla chiusura definitiva di tutti gli impianti intorno alla metà degli anni Novanta.

2. Panorama della miniera di Monteponi (xilografia, 1901).
Ciò che resta di questa lunga storia è, in primo luogo, una serie di straordinarie testimonianze di archeologia industriale: un patrimonio unico al mondo, reso ancor più eccezionale dal contesto naturalistico in cui è immerso. Lo spettacolare Porto Flavia a Masua, le cui gallerie scavate nella roccia si affacciano su una scogliera a picco su un mare cristallino, la grande laveria Lamarmora a Nebida, l’emozionante galleria Henry a Buggerru (solo per citare alcune strutture) sono oggi meta privilegiata di un turismo attento e consapevole. Ma, soprattutto, sono parte integrante di un racconto ben più vasto: non solo suggestive e scenografiche testimonianze di sistemi e modalità tecnologico produttive, quanto piuttosto elementi che contribuiscono a illustrare il contesto sociale nel suo insieme; non a caso l’intera area è inserita all’interno del Parco Geominerario Storico Ambientale della Sardegna.
Nelle aree e nei villaggi della zona, il pervasivo sistema delle miniere non si aggiungeva al territorio, ma finiva con l’essere esso stesso il territorio: delineandone i confini, modellandone l’economia, impattando sull’architettura, influendo sugli stili di vita e sulle strutture delle famiglie e della comunità; in breve, creando un intero paesaggio culturale e raccontando così moltissimo della storia sociale di quei luoghi. Questo, del resto, è proprio ciò che si intende quando si parla di industrial landscape: un paesaggio industriale capace di raccontare in modo approfondito un territorio e una memoria collettiva.

3. Porto Flavia, Masua.
È questo lo scenario in cui si inserisce un prezioso patrimonio archivistico, capace di amplificare in misura esponenziale la valenza narrativa e informativa di questi grandi complessi industriali dismessi, facendo luce su molti aspetti trascurati o ignorati di un intero sistema sociale e culturale: l’archivio minerario di Monteponi, cittadina ex-mineraria alle porte di Iglesias.
Un fondo dalla storia travagliata, il cui primo abbozzo nasce nel 1973. In quell’anno, la Società Sogersa assorbe la Società mineraria Monteponi-Montevecchio e gli importanti siti minerari da lei gestiti a Monteponi (Iglesias), Montevecchio (Guspini) e in altre località del Sulcis-Iglesiente; e attraverso i primi sopralluoghi della Sovrintendenza Archivistica della Sardegna, ci si rende conto immediatamente della vastità e dell’importanza del patrimonio archivistico societario.
Da qui in avanti, però, la storia dell’archivio si intreccia con quella delle intricate vicende societarie delle imprese minerarie che si sono succedute, che vedono negli anni successivi un susseguirsi di trasformazioni, fusioni e liquidazioni; eventi a cui corrispondono una serie di spostamenti, frazionamenti, rimaneggiamenti (e talvolta danneggiamenti) del fondo archivistico. Una situazione che inizia a ricomporsi nel 1996, quando le aziende minerarie (o quel che ne resta) confluiscono infine in quella che è oggi Igea spa, società “in house” della Regione Sardegna; ma già due anni prima, nel 1994, la Soprintendenza Archivistica della Sardegna aveva nuovamente esaminato quello che costituisce il primo nucleo dell’attuale archivio storico minerario, rappresentato dall’archivio della Società Italiana Miniere (SIM) Spa, e lo aveva dichiarato di interesse storico particolarmente importante in quanto “costituito da fonti archivistiche, iconografiche e sussidiarie di grande rilevanza per la storia industriale e sociale della Sardegna e anche di altre regioni italiane (Friuli Venezia Giulia, Lombardia, Trentino Alto Adige), in parte acquisite dalle società preesistenti, alle quali la SIM è successivamente subentrata (società Monteponi-Montevecchio S.p.A., società del gruppo Egam e del gruppo Eni) che testimoniano le vicende di un’attività mineraria tra le più importanti a livello europeo, dalla seconda metà dell’Ottocento fino all’attuale critica fase di chiusura dei giacimenti”.
L’archivio storico minerario IGEA viene istituito nel 1999; l’anno successivo, per soddisfare l’esigenza di conservare in modo consono tutto il patrimonio documentario, viene individuata la sede adatta, che si inserisce perfettamente nel piano di valorizzazione degli ex siti minerari: gli ex Magazzini della Miniera di Monteponi, risalenti alla metà dell’Ottocento, che (con i fondi POR, misura 2.2 Archeologia Industriale ottenuti con la partecipazione del Comune di Iglesias) vengono così adeguatamente ristrutturati. I lavori di ristrutturazione terminano nel 2011; nel frattempo, il materiale dell’archivio continua ad arricchirsi di numerose donazioni: documenti, fotografie, carte minerarie, relazioni, mappe catastali; alcuni provenienti da privati, altri oggetto di recuperi fortunosi, altri ancora risultato dell’attività lavorativa svolta per le diverse società minerarie. Donazioni documentarie (a cui si aggiungono numerose donazioni di attrezzature, collezioni di minerali, macchine da stampa e calcolatori, che negli anni stanno dando vita ad una piccola collezione museale) che, nel loro insieme, testimoniano l’interesse e la partecipazione della comunità locale per la conservazione della memoria storica di un intero mondo.

4. La miniera di Monteponi nel 1875.
L’Archivio Storico Minerario di Monteponi, oggi, rappresenta un unicum a livello nazionale, nonché uno dei pochi esempi in Europa: qui, attraverso le documentazioni di impresa, si può compiere un viaggio in un intero microcosmo sociale e culturale; un racconto di villaggi operai e di ferrovie sotterranee, di ardite soluzioni tecnologiche e di lotte operaie, di scuole e dopolavori e di normative di sicurezza, di sviluppo industriale e di dure condizioni lavorative. Sono disponibili oggi circa tre chilometri lineari di materiale ripulito, restaurato, catalogato e classificato (nonché oggetto di un imponente lavoro di digitalizzazione), su un arco cronologico che va dalla metà del sec. XIX al 2015, composto da migliaia di elaborati tecnici e piani minerari, da planimetrie, da cartografia tecnica, a cui si aggiungono documenti amministrativi capaci di raccontare in modo vivido e preciso intere vite – lavorative e non – racchiuse tra fascicoli del personale e libri matricola.

5. Laveria Calamine nella miniera di Monteponi, 1887.
Una messe di materiale di cui fanno parte anche oltre 2000 modelli in legno realizzati dai falegnami modellisti delle società minerarie tra il 1900 e il 1981, spesso prototipi di pezzi meccanici necessari per la riparazione in loco del macchinario. Senza contare il grande patrimonio iconografico, che parte dalle dettagliatissime mappe acquarellate di fine ottocento (che in molti casi hanno richiesto un accurato restauro) per arrivare alle coinvolgenti fotografie che mostrano scene di vita quotidiana: i bambini davanti alla scuola, i minatori nell’ascensore pronti a calarsi a centinaia di metri di profondità, i panorami degli impianti e della natura circostante.
In sintesi, quella dell’archivio minerario di Monteponi è la storia virtuosa di una trasformazione e di una rinascita: da archivio d’impresa a testimonianza storica e sociale. Una nuova miniera, in cui, al posto dei minerali, è possibile portare alla luce un prezioso e irripetibile patrimonio di informazioni, memoria e cultura.

6. Pozzo Sella a Monteponi (xilografia, 1901).

