Autore: Andrea Santangelo
Anno: 2024
I cimiteri sono spazi di memoria collettiva e riflessione storica. Dai cimiteri monumentali ai campisanti di montagna, tutti raccontano innumerevoli storie. Andrea Santangelo si sofferma su un particolare tipo di cimitero.

Ci sono in Italia (e nel mondo) degli speciali archivi che tengono in memoria intere esistenze umane. Sono i cimiteri, ovvero gli archivi di pietra che raccontano attraverso date, frasi e foto il periodo di vita terrena che ogni essere umano ha ricevuto in sorte. I cimiteri non sono solo luoghi di sepoltura, infatti, ma veri e propri spazi di memoria collettiva e riflessione storica. Dai grandi cimiteri monumentali agli sperduti campisanti di montagna sono innumerevoli le storie che ci raccontano, ma vorrei soffermarmi su di un particolare tipo di cimitero, quello di guerra.
L’Italia, con il suo ricco passato storico e la sua posizione strategica nel cuore del Mediterraneo, è stata teatro di numerosi conflitti bellici che hanno segnato profondamente il territorio e i suoi abitanti. Un calcolo preciso non può essere fatto perché i dati dell’antichità sono confusi, ma purtroppo ben poche aree geografiche possono competere con l’Italia per il numero di guerre subite nel corso dei secoli. Secondo Friedrich Engels non ci sono posti che abbiano visto più combattimenti del Belgio e della pianura Padana. E lo diceva alla metà del XIX secolo, con tutto quello che ancora doveva arrivare addosso al Bel Paese. Non esiste frazione, villaggio, vico o borgo italiano che nella sua storia non abbia almeno un fatto d’armi con dei martiri da piangere. Non c’è città, centro urbano, insediamento produttivo, convento o luogo di culto che per cause belliche non sia stata distrutto, o danneggiato, e poi ricostruito almeno una volta.
L’Italia è tra le nazioni che hanno maggiormente subito le devastazioni e i lutti della guerra dalla preistoria a oggi, pertanto abbiamo cimiteri, cenotafi, lapidi, ossari, monumenti e sacrari dedicati a eserciti, nazioni e soldati di tante nazionalità, oltre, ovviamente a quelli italiani. Un giro in questi luoghi sacri riserva sempre sorprese ed emozioni. Le tombe, disposte in file ordinate, quasi a ricordare antiche schiere di guerrieri pronti al combattimento, offrono una visione commovente dell’enorme tributo di giovani vite umane lasciato sul campo di battaglia. La Commonwealth War Graves Commission gestisce 41 cimiteri di guerra in Italia, con 39.948 tombe di soldati inglesi, canadesi, neozelandesi, indiani, gurkha, sudafricani, australiani, danesi, olandesi, belgi e di ogni altro paese dell’impero britannico o nazione occupata dai nazisti. La particolarità è che ogni lapide della CWGC è standard in tutti i 2.500 cimiteri che essa gestisce in giro per il mondo: ha un’altezza di 81,3 cm,
in cima a ciascuna è inciso lo stemma nazionale o il distintivo di servizio o del reggimento, seguito dal rango, nome, unità, data di morte, età e, solitamente, un simbolo religioso. Ai piedi, della pietra sepolcrale, in molti casi, vi è un’iscrizione scelta dai parenti. Le lapidi si trovano in aiuole strette, in cui crescono rose e piccole piante perenni, su uno sfondo di curatissimi prati all’inglese, alberi e arbusti. Eppure, nonostante l’apparente uguaglianza delle lapidi, ognuna di esse ha una storia da raccontare. Sotto alcune, dopo tanti anni, ci sono fiori freschi o piccoli oggetti o foto lasciate o inviate da lontani parenti, ormai dei nipoti. Ci sono frasi di mamme e papà che, soprattutto nel caso di giovani 17enni o 18nni, non possono non toccarci nel profondo. Ognuna di quelle tombe è una persona, che è morta lontano da casa, probabilmente soffrendo, certamente spaventata. E ciascuno di quei nomi ha lasciato qualcuno a casa pieno di angoscia, qualcuno che in cambio del proprio figlio, fratello, marito, fidanzato o amico ha avuto solo un pezzo di carta e, a volte, una decorazione in metallo.

Negli altri cimiteri di guerra, come i tre francesi di Miano, Venafro e Roma, o i quattro polacchi di Casamassima, Montecassino, Loreto e Bologna, o i due americani di Firenze e Anzio, l’architettura e le lapidi non hanno la stessa standardizzazione, ma l’angoscia è la stessa. Così come lo è nei cimiteri di guerra tedeschi, quelli che nella storia fanno la parte dei “cattivi”, ma che in realtà sono ragazzi e uomini morti lontano da casa e dai propri affetti proprio come tutti gli altri. Le forze armate germaniche in Italia hanno avuto 120.000 caduti.
Di questi 100.043 sono stati raccolti in quattro cimiteri militari maggiori, che sono a Cassino, Costermano, Passo della Futa e Pomezia. I rimanenti 7.199 sono stati ripartiti in cimiteri minori già esistenti in quanto raccoglievano i caduti germanici della Prima guerra mondiale: Bolzano, Bressanone, Brunico, Cagliari, Feltre, Merano, Milis, Motta S. Anastasia, Pordoi, Quero.

Allo stesso modo, le centinaia di cimiteri austro-ungarici nel nord Italia, come quelli di Bolzano, di Folgaria, di Aurisina, di Dobbiaco, di Merano, di Forte Procolo di Verona, di Prosecco o di Cittadella, ricordano i soldati caduti durante la Grande Guerra. Anche qui, la pietra delle tombe diventa un testimone silenzioso di conflitti che hanno attraversato generazioni, da Solferino al Piave. Sono ovviamente tanti i cimiteri di guerra italiani, alcuni situati in luoghi scenograficamente incredibili, come quello sulla cima del Monte Grappa, ma i due più grandi sono quello di Redipuglia, dove riposano i caduti della Prima guerra mondiale, e quello di Bari che ospita i resti di tutti i nostri caduti oltre-mare. A Redipuglia, lungo le pendici del Monte Sei Busi, sono custoditi i resti di 100.000 caduti italiani sistemati, nel 1938, in ventidue gradoni di pietra del Carso. L’effetto scenico è impressionante e solenne al tempo stesso, facendo di Redipuglia uno dei più grandi sacrari militari al mondo. In quanto a dimensioni il Sacrario dei caduti d’oltremare di Bari è più contenuto, ma ospita i resti di oltre 70.000 italiani morti combattendo all’estero dal 1911 al 1945 ed è volutamente rivolto verso il mare. Fu realizzato nel 1967 su disegno di Paolo Caccia Dominioni di Sillavengo (lo stesso ex ufficiale del genio, medaglia d’oro al valor militare, che realizzò anche il celeberrimo sacrario di Quota 33 a El Alamein).
I cimiteri di guerra, oltre a essere testimonianze storiche, sono soprattutto luoghi di pace e riflessione. In un’epoca in cui la memoria storica rischia di essere offuscata dalle urgenze del presente, i cimiteri di guerra assumono un ruolo ancora più importante, come archivi di pietra che con il loro silenzio parlano alle coscienze di chi li visita.


